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PD News

5 Novembre 2006
Partito Democratico: Veltroni, così non va. Costituente per nuove regole la legge elettorale è sciagurata

di Massimo Giannini - da La Repubblica
Roma - «Il circuito politico-istituzionale ormai rischia una crisi davvero grave, lancio un appello ai due schieramenti. E' urgente una svolta radicale, una riscrittura condivisa delle regole del gioco. Si può fare o per via costituzionale, con una Commissione costituente che vara le riforme, o per via ordinaria, con il lavoro delle commissioni parlamentari che approvano una nuova legge elettorale sul modello dei sindaci. I poli sono obbligati a farlo, pena la crisi dell' intero sistema».

L' Africa può attendere. Dal suo ufficio con vista sui Fori Imperiali, Walter Veltroni si riaffaccia autorevolmente, con la forza delle sue proposte, sulla scena della politica nazionale. Corroborato da una decisione forte, quella sulle 2.500 nuove licenze per i taxi, che definisce «un atto di riformismo reale, non virtuale», il sindaco di Roma propone al Paese un modello che si richiama al governo delle città.

Sindaco Veltroni, perché teme il collasso del circuito politico-istituzionale? Non sarebbe più facile parlare di un brutto inizio del governo Prodi?
«C' è una situazione di difficoltà oggettiva in cui si trova il Paese, e dipende da due fattori. Il primo è di carattere economico: il governo Prodi eredita una situazione drammatica e, a differenza del '96, non esiste un elemento coesivo tanto forte quanto lo fu l' euro. Nella manovra ci sono aspetti perfettibili. Ma giudizi frettolosi sul governo sono sbagliati. Prodi sta facendo il massimo. E anche con questa Finanziaria ha introdotto elementi di innovazione e di riforma. Il problema, insisto, è di carattere generale. Il sistema politico italiano è arrivato a un punto di non ritorno e ha bisogno di una radicale svolta. La situazione è stata ulteriormente compromessa da una legge elettorale sciagurata, di cui porta la responsabilità chi l' ha voluta e l' ha votata».

Cosa intende per svolta radicale?
«Tutti i paesi occidentali sono spaccati in due, ovunque domina ormai uno schema bipolare. Ma questa spaccatura non mette in discussione la capacità di governo e la sicurezza delle maggioranze. Noi, al contrario, abbiamo dovuto attendere ore e ore per conoscere l' esito del voto, e adesso pochi, singoli parlamentari possono diventare gli arbitri del destino di un' intera legislatura. Questo, per una grande democrazia occidentale come l' Italia, è un paradosso non più sostenibile».

E' un problema di legge elettorale, ma forse anche il centrosinistra, così
diviso al suo interno, ha le sue responsabilità. Non è così?

«Per la sinistra è ormai giunto il momento di sfatare un altro dei suoi grandi tabù: il rapporto tra la sfera della decisione e la sfera del controllo. Nella nostra cultura, forgiata nell' antifascismo, la difesa del Parlamento è stata per molti anni la difesa della democrazia. Ma riaffermare questo principio non può spingerci a considerare la sfera della decisione come un "male". La società è in continua trasformazione. La lentezza e la farraginosità della politica rischiano, qui sì, di creare una crisi democratica. Nelle società moderne le crisi democratiche non si presentano nella forma del colonnello Tejero. Ma si manifestano piuttosto nella forma di scorciatoie anti-politiche o tecnocratiche».

Quindi lei cosa propone, per sventare questi pericoli?
«Mi rivolgo a tutte le forze politiche. Serve una discussione seria e serena, che ci porti a convergere su due grandi obiettivi, senza i quali il Sistema-Italia è condannato all' implosione. Il primo: riconoscere una volta per tutte il risultato del voto, quindi riconoscere che c' è un governo e una maggioranza, che hanno il diritto e il dovere di andare avanti fino al termine della legislatura. Finiamola con la storia dei governissimi, delle larghe intese, delle grandi coalizioni. I cittadini hanno scelto Prodi, e non c' è alternativa a Prodi. Il secondo obiettivo: è il momento di esprimere una profonda, diffusa responsabilità nazionale. Gli uomini di buona volontà dei due schieramenti si seggano intorno a un tavolo. Questo tavolo può essere di due tipi. Un tavolo costituzionale, ad esempio una Commissione costituente, che riscrive le regole del gioco, le norme che regolano i rapporti tra esecutivo e legislativo, in modo tale da avere un Parlamento che controlli e dia gli indirizzi ad un governo che operi nella pienezza dei suoi poteri. Per me questa è la strada maestra».

Ce n' è un' altra?
«Il tavolo può anche lavorare per via ordinaria, quella delle commissioni parlamentari, che potrebbero riscrivere la legge elettorale a prevedere lmeno l'indicazione del premier sulla scheda elettorale. E' il modello dell' elezione dei sindaci, che ha funzionato in modo egregio in questi 13 anni, e ha ridato slancio alle città. Questo paese ha bisogno di un sistema che dia certezza di controllo alla dimensione politico-parlamentare e certezza ai cittadini che la persona che hanno scelto possa governare, e il programma che hanno votato possa essere realizzato, come ha giustamente detto il presidente Napolitano. Oggi, in Italia, nessuna di queste due condizioni viene soddisfatta. I condizionamenti che si esercitano sull'attuazione del programma sono intollerabili. E' quello che stiamo vedendo in questi giorni: ognuno tira il programma da una parte o dall' altra».

Con il rischio che il governo vada in crisi, e che si vada a elezioni anticipate.
«Quando sento parlare di elezioni anticipate, resto stupefatto. Ma davvero c' è qualcuno che crede possibile tornare a votare con questo sistema elettorale? Io credo invece che alle prossime elezioni ciascuno dei due schieramenti deve arrivare con la certezza che saranno esaudite due esigenze fondamentali per il funzionamento della democrazia. Primo: un presidente del Consiglio eletto, garante del programma con il quale ha vinto, dotato degli strumenti necessari per attuarlo. Secondo: l' esistenza di maggioranza coesa. Se sul premier eletto, o anche solo indicato sulla scheda, si concentra il premio di maggioranza, allora le maggioranze
coese si formano per forza».

Ma con i partiti che si scontrano su tutto, il Polo che va in piazza per cercare la spallata contro Prodi, ci sono le condizioni per proporre una Costituente?
«Le rigiro la domanda. Ci sono le condizioni per andare avanti così? Si può reggere un sistema in cui i parlamentari vengono "nominati" dalle segreterie di partito? Siamo in una fase in cui la realtà batte talmente forte alle porte della politica, che far finta di non vederlo è un suicidio collettivo. Io dico che il sistema politico italiano è obbligato, pena la sua sopravvivenza, a riscrivere le regole. Anche perché non possiamo continuare a governare con schieramenti che si tengono insieme solo per contrapposizione. Da una parte l' anticomunismo, dall' altra parte l' antiberlusconismo. Lo scontro tra il "fronte dei no" questo Paese non può reggerlo più. E' dal '94 che siamo paralizzati in questo schema. E' ora di
dire basta».

In questo quadro rissoso e frammentato il ruolo del partito democratico sarebbe fondamentale. Non siete in grave ritardo?
«Io avverto l' urgenza assoluta del partito democratico. Ma mi resta un dubbio: quando parliamo di partito democratico, intendiamo tutti la stessa cosa? A volte non ho questa impressione. Io resto al mio schema del '96. Per me allora era il partito dell' Ulivo, che poteva raggruppare il Pds, il Ppi, Rinnovamento italiano, i Verdi, lo Sdi. Questo era il perimetro. Una forza che aveva dentro di sé diverse culture. L' ambizione che ci deve muovere, oggi come allora, è sempre la stessa: dar vita a una forza politica tendenzialmente maggioritaria nel nostro Paese».

E lei non crede che questa ambizione ci sia, nel centrosinistra?
«Io constato che quella di chi punta alla fusione Ds-Margherita è una via molto diversa. Questa è un' operazione che si limita a sommare il 16% e il 9%. Io non credo che questa sia la strada maestra che porta al partito democratico. Dobbiamo rassegnarci all' idea che nel partito democratico non debbano sentirsi a casa propria gli ambientalisti, gli eredi del Psi, o quei milioni di cittadini che, pur non identificandosi in nessun partito, si sentono di appartenere comunque a questa metà del campo politico, democratico e riformista? Questo è il processo che dobbiamo seguire. Lo stesso che contraddistingue i democratici americani o i laburisti inglesi».

Ma allora secondo lei gli stati maggiori di Ds e Margherita stanno sbagliando tutto?
«No, fanno uno sforzo importante e generoso. E senza la loro convergenza non ci sarà nessun partito democratico. In tale senso il "basismo" non basta. Ma bisogna andare oltre. Perchè, se il gioco è solo la somma Ds-Margherita, il partito democratico non c' entra niente. Questa è una federazione, ma allora conviene chiamare le cose con il loro nome».

Resta la questione dell' appartenenza alle famiglie politiche europee. Come bisogna morire, democristiani o socialisti?
«Guardi, chi mette questo problema all' inizio della discussione non vuole fare nulla. E' maturo anche a livello europeo un processo di riaggregazione che veda insieme i democratici e i socialisti. Piero Fassino sta lavorando molto bene, proprio per convincere i socialisti europei ad accettare questa evoluzione. Non dobbiamo mai dimenticare che nel socialismo europeo ci sono Blair e Zapatero. Di fronte ai grandi temi della politica, non c' è e non ci può essere un grande Moloch, che resta sempre uguale a se stesso. Anche la parola socialismo ha bisogno di essere ripensata, nel terzo millennio».

Finchè lo dice Rutelli, si spiega. Ma se lo dice anche lei, la questione cambia...
«Senta, non dobbiamo avere paura della verità. La cultura della non violenza, quella ambientalista, quella femminista, la cultura dell' interdipendenza, non sono mica nate in seno alla cultura socialista. Perché non riconoscerlo? Perché non sentirsi parte di una grande e non indistinta cultura di centrosinistra riformista, che proprio perché non ha vincoli ideologici non ha bisogno di legittimazione e dunque di moderatismo?».

E lei, in tutto questo, come e dove si colloca? Veltroni è in partita o pensa ancora all' Africa?
«Io mi colloco come uno che dà il suo contributo, con la passione di sempre. Mi fa piacere che oggi si vada nella direzione che auspicavo dieci anni fa. Ma mi dispiace che si siano persi dieci anni. Non dobbiamo perderne altri dieci. Fino al 2011 sarò qui, a fare il sindaco di Roma. Poi si vedrà. Il mio futuro non è importante. E' importante il futuro di questo Paese, che deve liberarsi della paura, e deve ritrovare in fretta la fiducia e la voglia di correre».
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