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Rubriche - Hanno scritto

5 Luglio 2007
Voce: pace e guerra
di Paola Gaiotti

Il nesso fra politica interna e politica internazionale è uno dei riferimenti chiave che deve contraddistinguere il PD, un elemento forte per il quale si può e si deve parlare di qualcosa di più che di programma; in certo senso forse é questo uno dei pochi terreni dove é lecito usare una parola, che in politica é stata finora occasione di equivoci e fughe, e cioé la parola "identità".  Né tale identificazione é tutta giocabile solo entro un quadro di alleanze di fatto, nella adesione ad una Internazionale;  é invece, all'inverso, la definizione teorica del suo orizzonte internazionalista che deve dare senso compiuto ai suoi collegamenti internazionali di fatto.

Questa connessione ha un fondamento permanente nella natura stessa della politica; ma ha una particolare forza nella realtà contemporanea:

- l’affermarsi di fatto di un bipolarismo internazionale, entro cui si è tentato di riprodurre,  a favore degli Stati più forti-  a sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale e della decolonizzazione che ne seguì e a quasi venti dalla fine del bipolarismo della guerra fredda-  il primato della ragion di Stato,  delle politiche di forza, delle pretese egemoniche;

- la natura dei processi dei  globalizzazione, inevitabilmente pervasivi rispetto all’autonomia delle  politiche  nazionali, fortemente condizionati dalle multinazionali, caratterizzati da un perenne squilibrio nella distribuzione delle risorse, economiche ambientali, culturali,  esposti alle invadenze di una criminalità internazionale sempre più agguerrita;

- i troppi segnali di risposte irrazionali e rischiose a questi squilibri, come il terrorismo, la rinascita dei fondamentalismi e dei conflitti etnici,  le  migrazioni di massa non governate;

- la mancata crescita prima, l’indebolimento sistematico, fino all’impotenza, delle organizzazioni internazionali e sovranazionali create dopo la seconda guerra mondiale, ONU ed Europa, che restano tuttavia l’unica strategia proponibile per uscire dal caos internazionale attuale.   

La centralità della politica estera entro una visione politica d'insieme appare oggi evidente, popolare e praticabile politicamente. Essa si esprime sopratutto intorno ad alcuni nodi ormai di sensibilità diffusa:

- la questione dell’evitabilità  della guerra, spostata tuttavia drammaticamente,  dall’evitabilità della guerra totale ideologica all’evitabilità dei conflitti locali, fino al rischio ricorrente di guerre civili, di scontri etnici. E’ ormai evidente che la guerra, lungi dall'essere la continuazione della politica con altri mezzi, é la fine stessa della politica, l'orizzonte in cui tutto é perduto;

- la costruzione di una effettiva unificazione del pianeta, col superamento nello Stato nazionale della illusione della sua sovranità assoluta.  Qui si esprime la convergenza piena nel PD fra l’opzione  europea come quadro ineludibile della politica nazionale e la pressione per un pieno adeguamento dell’ONU ai suoi compiti irrinunciabili;

- la questione del rinnovamento della democrazia, che è tema centrale nel programma  del PD, che si decide anche sul terreno internazionale. Ciò appare evidente sotto più profili, dall'economia all'ordine pubblico, come lotta alla criminalità e alle multinazionali della droga, alla tutela ambientale. Ma ricava una ragione immediata dalla necessità di superare il deficit di democrazia che caratterizza la  Comunità europea, troppo ancora segnata da un processo decisionale oligarchico e  intergovernativo, e il deficit di rappresentatività mondiale collettiva della stessa ONU, in particolare nel Consiglio di Sicurezza.

Tutto questo consente di confermare il carattere della politica estera come un prius che determina gli altri aspetti del programma, in qualche modo lo qualifica e ne garantisce la praticabilità.

Ciò impone  tuttavia anche una coerenza di comportamenti che respinga le tentazioni, classiche nella storia politica italiana, di fare della politica estera un uso strumentale, finalizzato al dibattito interno. Una forza di governo si caratterizza infatti anche per il suo saper costruire, in materia di politica internazionale,  convergenze accettabili più che a farne  un terreno di scontro propagandistico, che mina la credibilità internazionale del paese. Non é un caso che, in generale, nelle democrazie bipolari, spesso di fatto la politica estera é quella che conosce meno differenziazioni nell'alternanza al governo. Ciò perché essa, accanto a quella identità forte di partito che si diceva, non può non essere influenzata fortemente dalle sue basi "oggettive": la collocazione geografica, le ragioni di scambio,  i rapporti consolidati di alleanza o cooperazione.

Dietro questa "continuità" formale possono trovare spazio anche fortissime discontinuità reali, ( nella interpretazione delle ragioni delle scelte politiche e nella gestione più rigorosa e coerente di esse,  e il caso italiano lo conferma) ma esse devono rispettare  tali esigenze di continuità, se vogliono essere vincenti.

Un buon esempio è il rimando “occidentale” della politica italiana: si tratta di una collocazione non contestabile in primo luogo perché basata sulla storia e sulla geografia. Una collocazione politica che però può essere letta in chiavi diverse, da taluno come diritto alla difesa dei privilegi conquistatii dall’Occidente, dal PD come ancoraggio a una tradizione culturale, carica di colpe, ma  che ha pur sempre diffuso nel mondo  il valore della democrazia e dei diritti,  del corretto rapporto fra Stato e persone, infine del superamento della sovranità esclusiva dello Stato centrale.  Una collocazione politica che può dar luogo a giudizi articolati degli strumenti storicamente datati con cui si rappresenta e si esprime, e fra essi anche della NATO, e delle strategie del suo rapporto col resto del mondo.

L’impegno collettivo per la pace deve essere pienamente raccolto ma liberandolo dalle sue tentazioni  storiche passate  di “internazionalismo di lotta”, di “lotta per la pace”.

L’ internazionalismo di lotta ha avuto indubbi meriti storici, facendo crescere la coscienza delle solidarietà fra gli oppressi di tutto il mondo, la denuncia della natura dei processi di crescente integrazione economica del globo. Ma la  "lotta per la pace"  si é caratterizzata storicamente anche come ricorso ed esasperazione del conflitto, e solo recentemente ha visto prevalere al suo interno il valore della "non violenza". Il limite dell’internazionalismo di lotta sta nel fatto  che esso rischia perennemente di riprodurre e esasperare le ragioni conflittuali radicali della politica, una visione manichea della storia, entro la quale  da una parte la soluzione dei conflitti non appare possibile altro che sotto la forma della distruzione dell' avversario, dall' altra é facile l'assimilazione ad avversario di chiunque  non accetti la logica dell'unico  conflitto radicale.

Un tale internazionalismo   rischia  di non  approdare mai alla pace e di essere esso stesso un fattore di guerra, in ragione stessa del suo fondamentalismo; anche le sue recenti conversioni alla "non violenza",  certamente positive,  non lo liberano da un tale rischio. La "non violenza" può essere la forma nuova, in cui si esprime un conflitto altrettanto radicale e irresolvibile di quello antico, che tenta di "disarmare" l'avversario,  contrapponendogli un'arma diversa,  ma che, anche in nome della sua  purezza, non tenta di sciogliere e risolvere il conflitto, ma lo consolida e lo assolutizza.

L'internazionalismo delle lotte  popolari per la pace e l'autodeterminazione planetaria  non sarà mai vincente se non si coniuga con l'internazionalismo del governo dei conflitti. E’ questo il senso stesso dell’articolo 11 della nostra Costituzione che rimanda insieme al rifiuto della guerra e al sostegno alle organizzazioni internazionali come garanti e protagoniste di una funzione pacificatrice.

Porre il governo pacifico dei conflitti alla base non più solo delle convivenze nazionali, in cui si è identificato con la democrazia, ma della politica internazionale, suppone: la possibilità di delimitarli e definirli volta a volta nel loro nocciolo materiale concreto,  con l'abbandono dunque della teoria dell'unico conflitto radicale metastorico; la fissazione di regole e poteri internazionali concreti di intervento su di essi. L'approdo ad un Internazionalismo di governo é l'unica forma politica, attinente cioé all'azione politica, capace di tradurre l'esigenza etica della pace fra gli uomini, del rifiuto della violenza,  nella creazione delle condizioni  socio-materiali della pace possibile.  Va da sé che un tale risultato non può che essere a sua volta il frutto di un  impegno politico diffuso, di una pressione  popolare e democratica, non di una azione puramente diplomatica.

Bisogna sapere però che nemmeno questa é una forma perfetta;  il ricorso al diritto internazionale, e dunque anche alle istituzioni internazionali che debbono garantirne l'applicazione, é sempre un ricorso datato e che esprime i rapporti di forza in campo. E tuttavia non solo questa é l'unica via possibile, ma é anche l'unica via dinamica. Anche quando le leggi e le istituzioni nascono da gruppi dominanti per garantire il loro dominio di fronte a pressioni esterne, ( e nascono assai spesso così), esse non rappresentano solo uno strumento coercitivo ma anche   un limite oggettivo all'esercizio di un potere basato solo sulla forza, finendo col dare, proprio in ragione del loro dover essere fondate,  legittimità e titolarità politica ad altri soggetti; ed é entro questa dialettica, finalmente pacifica,  che si può e ci si deve inserire per modificare la natura dei rapporti internazionali basata sulla forza. 

Può perciò essere insufficiente la spinta alla rivalorizzazione  dell'ONU, se il rinvio all'ONU non é accompagnato da una strategia complessiva di rilancio e riqualificazione di essa.  Dietro questa chiamata in campo dell'ONU c'é tutto lo spazio,  per far nascere un nuovo assetto internazionale, ma si  riflette certamente anche il carattere di transizione della politica internazionale e un certo tasso di ambiguità che permane.

Come meravigliarsene? Stiamo  assistendo, col fiato sospeso,  a più di un braccio di ferro, e  tutt'altro che vincente nella direzione giusta, fra la logica classica degli Stati e la logica del ritorno in campo dell'organizzazione internazionale. La questione é se di fronte a questo braccio di ferro si vuol fare solo da spettatori critici, per vedere come va a finire,  avendo già deciso che non cambierà nulla o si deve tentare di essere presenti per determinarne l'esito e garantirsi le condizioni materiali di un diritto a intervenire e a partecipare alle decisioni. La lezione é che da questa dinamica  va comunque espunta ogni deriva utopica,  ogni tentazione di misurare obiettivi e risultati possibili con l'immagine ideale di un mondo degli uomini tutto pacificato e salvato.

La costruzione di un governo mondiale, accompagnata e rafforzata dalla costruzione di unioni politiche continentali o subcontinentali, é il massimo di utopia cui possiamo aspirare, tanto più forte in questa vigilia di angoscia e incertezza. Ma il ricondurre al livello internazionale il governo dei conflitti non salva da tutti i limiti della politica. Costruire sul terreno del diritto, cioé della legalità, i rapporti internazionali non può avvenire che scontando un certo tasso di convenzionalità  su ciò che é legale o no. Costruire sulla democratizzazione dei rapporti internazionali  non può affatto purtroppo escludere a priori che le decisioni a maggioranza possano coprire ingiustizie.  Non vedo alternative a questi limiti invalicabili se non la dialettica politica continua, la qualità del  proprio impegno e della propria rappresentatività, la coerenza delle proposte e soluzioni istituzionali, volte a dare sempre maggiore trasparenza alla democratizzazione del globo. In questa prassi realista dell'utopia internazionalista due paletti di confine mi sembrano da dover fissare fin d'ora.

Non si può usare lo stesso termine "violenza"  insieme  per ciò che governa ancora oggi i rapporti internazionali e per le forme eventuali di un intervento coattivo guidato da un’istituzione internazionale al fine di garantire il rispetto del diritto e delle singole entità statuali. E insieme, all’inverso, se l'azione di forza esercitata in nome del diritto internazionale da un soggetto internazionale non merita la condanna che colpisce un’azione di guerra in senso classico, non é sufficiente un’etichetta improvvisata a qualificare un'azione di forza come espressione di un soggetto e del diritto internazionale. Anche la normale azione di polizia é profondamente diversa quando la esercita uno Stato democratico e un’arrogante dittatura; é diversa nei suoi obiettivi e nelle sue regole, ma lo é inevitabilmente anche nelle tecniche di scontro cui ricorre per garantirsi efficacia. Una azione di polizia internazionale che si ponesse davvero sotto l'egida ONU dovrà pure, anche sotto l'urgenza immediata delle scelte da compiere, inventarsi i codici compatibili con le sue bandiere, almeno nel segno della forza minima e comunque tollerabile, della coerenza degli strumenti militari usati, e garantirsi le forme di una gestione effettivamente internazionale del conflitto in tutti i suoi passaggi. Qui si avverte tutta la gravità dei ritardi nella formazione di una forza militare regolare dell'ONU e la carenza politica e diplomatica di governi che non hanno accompagnato la rimessa in gioco dell'ONU, con un soprassalto di riqualificazione complessiva del suo protagonismo.

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