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Rubriche - Il posto delle nuvole

9 Luglio 2007
L'uomo del cielo azzurro - 2° episodio
di Talia

IL DIARIO

In una giornata scialba d’autunno, un ottobre già freddo, in una mattina di festa, l’uomo del cielo azzurro si alzò di malagrazia e intimò a tutti di lasciarlo solo nella stanza esposta a mezzogiorno, affacciata sulla parte estrema del giardino, davanti a una fontana gorgogliante e a una aiuola di piante grasse, là dove custodiva il suo prezioso passato. Decine di quaderni a righe, dalla copertina nera di cartone, dove aveva accumulato migliaiaia e migliaia di parole, racchiuse tra ritagli di riviste, di giornali, di fotoromanzi: calciatori, starlet e dive, panorami, ville, barche, spiagge assolate, cieli incontaminati, palazzi antichi, grandi figure della storia recente e passata. Era quello un passatempo che l’aveva affascinato fin dalla giovinezza. Era convinto che dedicarsi con disciplina, venti minuti, la mattina o la sera a suo piacimento, ad annotare episodi piccoli o grandi, gioie e dolori delle sue giornate, fermarle sulle pagine incorniciate da una varietà di forme e di colori, fosse un modo per accumulare più di una vita, per ampliare la sua fantasia già rigogliosa.

Camminava assorto, quella mattina di ottobre, avanti e indietro nella stanza a passi lenti, quando fermandosi a un tratto, richiamato alla realtà dal canto di un fringuello, si accostò alla grande portafinestra spalancata e incrociò con lo sguardo un volo di rondinella, fuori stagione, pensò. L’espressione lo irritò, aveva un suono sgradevole e come era uso fare, riferendo tutto a se stesso, commentò, rivolgendosi al vento, che lui fuori stagione non lo sarebbe mai stato.

Respirò profondamente, andò verso la solida scrivania, aprì il primo cassetto ed estrasse a caso un diario, lesse l’etichetta: La mia prima pedana. Richiuse il cassetto, si accoccolò sotto la scrivania, con ben stretto tra le mani l’amato quaderno di ricordi.     

Il gusto di accovacciarsi sotto un tavolo l’aveva acquisito da piccino, allora era un gioco, dopo sarebbe diventato ricerca di conforto e di concentrazione.

Da bambino, viveva con i genitori e il fratellino in una casa confortevole di periferia, una di quelle periferie dignitose per gente per bene, impiegati dello stato, di ditte private, di banche, famiglie in ascesa, dove le gerarchie erano ben definite: padre lavoratore, madre governante della casa, figli scalpitanti come puledri pronti a gareggiare. Il futuro uomo del cielo azzurro era molto curioso e dotato di una grande energia, parlava tanto, portato a fare amicizia con tutti, aveva un debole per la signora Comasia, la portinaia. Un nome curioso, Comasia, raro e la portinaia era donna di rare qualità, forte, con un seno prorompente, vedova da oltre tre anni, non aveva ancora quaranta anni, grande lavoratrice, teneva la palazzina linda e accogliente. Lui spesso, pur di stare accanto alla madre, giocava con la figlia, una bambina sua coetanea, insieme si divertivano a curiosare il via vai davanti alla guardiola mettendosi sotto il tavolaccio. Giocavano a chi per primo riconoscesse gli inquilini dalle voci, dalle gambe e dai piedi. Fu così che sviluppò una notevole attenzione ai dettagli. Crescendo il gioco dell’infanzia gli sarebbe tornato utile per capire gli uomini e come sempre gli sarebbe accaduto nella vita, tutto ciò che aveva vissuto, momento di svago o di studio, pensieri ed emozioni, avrebbe acquisito  un alto valore nella sua crescita intellettuale ed emotiva. 

Cominciava a cadere una pioggia fitta, la rondinella era volata via, e così pure il fringuello, c’era un tempo autunnale che egli non amava, ma ormai era al sicuro, con in mano il suo diario, l’uggia e la malinconia erano andate via. Aprì una pagina a caso, cominciò a leggere: “20 agosto 195. Giornata proficua. Ho già un gruppetto che mi segue con convinzione. Tenere d’occhio uno in particolare, sempre in ordine, ha una cura maniacale per la propria persona, soprattutto per i capelli, talmente in ordine che sembrano disegnati. Parla a bassa voce, apparentemente un difetto, ma invece ha una grande forza di carattere. Un altro, molto interessante, viene dal profondo sud, è appassionato di cavalli e di libri antichi. Fidato, ha la cultura del silenzio. Fatto il mio primo vero discorso pubblico. Purtroppo il luogo non era dei migliori. Il solito campo incolto che circonda la nostra  periferia, pieno di cartacce, di avanzi di cibo, di spazzatura. L’immondizia è insopportabile, ma bisogna farci i conti. Non avevo per pedana che una cassetta della frutta, meglio che niente. Ho centrato il discorso sul nemico. Mi è venuto spontaneo: dalla spazzatura che insozza, che bisogna rimuovere e, dopo a seconda del tipo, riciclare, sono passato agli uomini che intralciano il cammino. Con l’aiuto degli altri ho inventato anche una canzoncina. Partendo dal concetto di spazzatura dello spirito, ho chiesto: chi sono coloro che intralciano i nostri progetti di grandezza, di successo, di arricchimento? Mi sono risposto da solo: coloro che non ci fanno sognare, i moralisti, sempre a mettere lacci e laccioli alla fantasia. E a questo punto – il mio è stato un colpo di genio - ho chiesto una rima: moralisti e?... Qualcuno ha risposto velisti, che stupidaggine, ma non ho fatto vedere che mi sembrava un’idea sciocca. Un altro ha detto perbenisti. Poco efficace.

L’uomo del cielo azzurro stava continuando a leggere e a ricordare, quando squillò il telefono. Uno, due, tre trilli. Lui non andò a rispondere, troppo preso dalla lettura, anche se sapeva che per chiamarlo ci doveva essere qualcosa di importante. I suoi domestici rispettavano le consegne e solo tre persone lo potevano disturbare. Il telefono infine tacque.

Qualcuno disse – proseguiva il diario – teppisti. Non male. Nella mia periferia i teppisti ci sono e nessuno li ama, attentano alla proprietà, pochi per il momento, fortunatamente, ma crescendo il benessere sarebbero aumentati. Assenteisti, disse il ragazzo sempre in ordine, a voce bassa, restando un po’ in disparte. Ho consigliato al giovane di non parlare con questo tono un po’ dimesso, ma lui pur con gentilezza mi ha fatto notare che prima o poi qualcuno che restasse in disparte e parlasse a voce bassa, mi sarebbe servito. Dice le cose in modo così tranquillo che non si può non dargli ascolto. Poi ho ripreso con la mia foga a chiedere rime e senza accorgermene ho urlato: comunisti. Non c’è niente da fare, do il meglio di me davanti agli altri.

Il telefono riprese a squillare e questa volta, rincuorato dalla lettura, si alzò, posò il diario sulla scrivania e andò a rispondere. 

Rimase in silenzio per qualche istante e sul suo viso liscio e profumato passò un ombra di fastidio. Si accarezzò il volto, combatteva perennemente contro i segni del passare del tempo e quando qualcosa lo preoccupava, sollecito si lisciava la pelle della fronte e i bordi delle labbra: i suoi punti deboli.

Gli piaceva la voce forte e sensuale dall’altro capo del telefono, era la voce della  sua recente invenzione: la donna dai capelli rossi. Ma quello che ascoltò non gli piacque. Cercò, tuttavia, di essere gentile, anche se la notizia, che già circolava da qualche giorno, lo irritò. Tentò di tranquillizzarla: avrebbe affrontato come sempre con determinazione la realtà, la salutò con affetto e le promise che si sarebbero visti presto. Non poté, tuttavia, non confessare a  se stesso che la donna dai capelli rossi rischiava di essere un prodotto superato, nella nuova strategia - che i tempi chiedevano – di assalto al potere istituzionale e al nuovo antagonista. E si scoprì a provare una certa nostalgia – incredibile, ma vero – per l’antico, conosciuto, nemico, quel professore resistente come un mulo, che sempre risorgeva dalle ceneri dei fallimenti.

Tornò verso la scrivania. Ma non aveva più voglia di leggere. Ancora combattere, ancora ostacoli, intralci: la solita piccola nuvola che macchiava il cielo azzurro dei suoi desideri: volevano, i moralisti, ancora impedirgli di credere fermamente che tutto quello che desiderava gli era dovuto!

Pioveva, il cielo era grigio, la bellezza del suo giardino non lo rincuorò. Gli avevano messo tra i piedi un nuovo nemico che si rifiutava di essere nemico. Doveva fare qualcosa. L’idea di fare gli diede slancio. Avrebbe organizzato una riunione, consultato gli esperti, ordinato dei sondaggi: bisognava colpire, cercare i punti deboli. Non sarebbe stato facile. E poi con questo vento di gioventù che soffiava forte… Giovani! Come se fosse di per sé una qualità. Giovane, lui si sentiva senza età. Ripensò con fastidio alla rondinella fuori stagione, sperduta sotto il cielo dell’autunno. Giovane? Quel cinquantenne che da una vita faceva politica. Ma questo non sarebbe stato un buon attacco. No, doveva trovare una nuova canzoncina martellante, nuove rime. Puristi, comunisti? Avevano fatto il loro tempo. Comunista a uno che quanto cadde il Muro era uno sbarbatello, determinato però – ah, quanto determinato -, in cerca di successo. Non poteva rispolverare Stalin e Lenin  e Togliatti. E poi aveva una faccia così… Che faccia aveva il suo nuovo antagonista? Non catalogabile, di spugna, mobile. Ma un punto debole su cui martellare l’avrebbe trovato, partendo dal volto di gomma, plasmabile come pongo.

Doveva trovare un dettaglio, ancora una volta gli venne utile l’abitudine dell’infanzia a guardare gli altri dal basso in alto, attraverso i vetri della guardiola linda di Comasia. Dettagli: il sorriso, forse? Sorrideva raramente, il nuovo intralcio e quando lo faceva svelava un che di infantile, di tenero. La tenerezza non può essere attaccata, fa pensare all’infanzia, alla purezza e già Quello si rappresentava superpuro con i suoi sogni africani e l’attenzione verso i deboli e i sofferenti. L’infanzia conduce subito alla mamma e la mamma, si disse l’uomo del cielo azzurro, in un paese come il suo, apre tutti i cuori. Però… L’idea dell’inafferrabilità del volto, poteva essere un buon punto di partenza. Sì, doveva cominciare da lì a costruire il suo piano di battaglia. Intanto bisognava riorganizzare,  galvanizzare le truppe, trovare nuovi caporali – gli ufficiali erano già troppi -, dare qualche promozione ai sottoposti, per lanciare la nuova canzoncina martellante. La materia prima non manca, altoparlanti umani si trovano sempre. Pochi resistono al richiamo dei denari e dei corpi. Da che mondo è mondo il profumo dei soldi è un potente afrodisiaco. Gli uomini, poi, sono sempre un po’ selvaggi quando si trovano davanti alla morbidezza della femmina e sognano di raggiungere, attraverso quel corpo, il perduto grembo della grande madre, da cui tutto ha origine. Avanti all’attacco!

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