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Rubriche - Hanno scritto

9 Luglio 2007
Che fioriscano mille Rosy
di Marco Damilano, da L'Espresso

Ora di pranzo di martedì 3 luglio, si aprono le porte dell'ufficio del ministro della Famiglia. Rosy Bindi accompagna all'uscita un collega d'eccezione, il cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, di fatto il ministro della Famiglia vaticano. Un incontro al vertice, dopo mesi di scontri sui Dico: grandi sorrisi, il cardinale non ha mai aperto bocca per criticare la collega Bindi e ci tiene a sottolinearlo. Alla fine, quasi arrivato all'uscita, si informa: «Che farete con il Partito democratico?». Se lo chiedono in molti: la Bindi è reduce da un incontro nella comunità di Bose di Enzo Bianchi. Sono i giorni cruciali per decidere se compiere il grande passo: candidarsi il 14 ottobre in alternativa a Walter Veltroni.

Il Pd: c'è chi lo vuole in allegria, come Veltroni, e chi lo sogna da combattimento, come Bersani. E lei, come lo immagina?

«Io lo vorrei consistente. I partiti nascono perché devono assolvere un compito. Almeno all'inizio devono chiedersi soprattutto a cosa servono. Il Pd nasce in un momento in cui la politica è fortemente indebolita, delegittimata. Quando un libro come "La casta" arriva a vendere centinaia di migliaia di copie vuoi dire che si sta muovendo qualcosa di profondo: mi chiedo quanto costa la politica solo se ho la sensazione che non serva più a nulla. Ma c'è un paese che ci chiede di più, non di meno: un paese in cui le disuguaglianze sono aumentate, tra Nord e Sud, tra giovani e vecchi, tra chi ha studiato e chi no, un paese in ritardo in molti settori, in cui aumentano i corporativismi, in cui nessuno si sente più parte di un progetto comune. Questo paese ha bisogno di una politica autorevole e forte, capace di scelte coraggiose, e con una grande stagione di partecipazione. A questo serve il Pd».


D'accordo. Ma ora avete trovato il leader, Veltroni, ci penserà lui a dare forza al Pd. O no?

«Veltroni è un valore in sé: un comunicatore nel senso più vero del termine, nella sua capacità di mettersi in sintonia con il paese. Il miglior nome che abbiamo per fare la sintesi. Ma la sintesi non deve essere incolore, insapore, inodore. Dobbiamo aiutarla a essere più colorata, ad avere un buon sapore e pure un buon profumo».


Arturo Parisi ha detto che al Pd non serve un Walter ecumenico. Condivide?

«Il discorso di Torino non mi e sembrato ecumenico. E il consenso per un leader è un valore, non c'è niente di male a essere percepito come leader da una maggioranza, vorrei ricordarlo anche a Parisi. Certo, mi chiedo, perché questa fretta di scegliere il leader? Le amministrative sono andate male, il governo fatica al tavolo sociale, tutto vero. Pero per fare cose serie servono i tempi e i modi giusti. Di fatto, questa accelerazione ha bruciato la fase costituente del nuovo partito. Ora dobbiamo recuperarla. Il confronto tra candidati diversi non e una minaccia, non indebolisce il partito, è il presupposto per restituire ai militanti il tempo della costituente e costruire una sintesi migliore. Il primo a saperlo e proprio Veltroni».


Cosa non le piace del programma di Veltroni?

«L'identificazione della leadership con la premiership: nessun partito può identificarsi in tutto con il governo del paese. La modifica costituzionale: d'accordo la riforma del bicameralismo, la riduzione del numero dei parlamentari, ma non è che la riforma del Polo della scorsa legislatura ora va bene perchè c'è il centrosinistra. Il modello "sindaco d'Italia" non mi piace: nella mia cultura politica e nella Costituzione c'è la centralità del Parlamento, il rapporto equilibrato tra Parlamento e esecutivo. E poi, va bene il richiamo ai sindacati a non occuparsi solo dei tutelati e dei già garantiti: ma credo che altrettanta autorevolezza dovrebbe essere esercitata nei confronti delle altre parti sociali. In passato l'Italia ha potuto contare su imprenditori che avevano il senso della politica, oggi questo non si percepisce, neppure tra gli intellettuali o tra i giornalisti, in verità. E poi non si deve avere il timore della competizione: è questa la mia critica al ticket con Franceschini».


In realtà, il sospetto è che lei sia furente per la scelta di un esponente della Margherita che non si chiama Bindi...

«Non scherziamo, non ce l'ho con Dario. Lui sa bene che se ci fossero state le condizioni per sostituire Rutelli alla guida della Margherita il mio candidato si chiamava Franceschini. Ma perchè incoronare insieme il primo e il secondo? Perché riproporre il duo Ds-Margherita, con la Margherita al numero due? Prima si pensa al Pd come partito aperto e plurale e poi ricadiamo nelle vecchie logiche. Dobbiamo dare la percezione che i giochi sono aperti, che si può scegliere qualcosa. Non ci sono solo le idee, ma anche il personale politico. E poi ci sono le donne. Una nuova conferma, purtroppo: l'Italia è quel paese in cui i leader giovani hanno cinquant'anni e le donne sono sempre quelle della prossima volta. Vale per il capo della polizia come per il leader del Pd, a quanto pare».


Nella Margherita ci sono alcuni nomi in pista: lei, Enrico Letta... Non siete già troppi?

«Abbiamo l'ambizione di poter realizzare anche da una stona diversa la sintesi del nuovo partito. Letta saprebbe rappresentare bene alcune istanze di modernizzazione e penso che Franceschini non dovesse sentirsi votato a fare il secondo, anche perchè già era un numero uno come capogruppo dell'Ulivo. Credo di avere le stesse potenzialità di un Ds, Veltroni o Bersani. Offriamo a chi sarà il leader del Pd questa disponibilità. Qual e la strada migliore? Fargli una lista in appoggio? O creare una competizione non sulle persone ma sulle idee con la preoccupazione di fare un partito che abbia un pensiero forte, che al Paese offra una visione del nostro tempo e del futuro e non solo caramelle».


Lei pensa di rappresentare un pensiero forte?

«Penso di dare voce ad alcune esigenze. La presenza delle donne, che a questo punto è un fatto di principio per la qualità della nostra democrazia. Se si fosse candidata Anna Finocchiaro, non ci sarebbe stato il problema. Una forte connotazione sociale: a parità di risorse bisogna investire per superare le disuguaglianze. La voce dei cittadini dentro e fuori i partiti: i movimenti, la linfa del centrosinistra, così come la vitalità di tanti militanti sul territorio. E poi la laicità, che non è solo la difesa della laicità dello Stato e neppure la semplice tolleranza, un minimo comune denominatore: è la tensione etica della politica, quella che ci guida nella ricerca della verità e del bene comune. Non porto solo il mio punto di vista di una cattolica: sono alla ricerca di pensieri forti con cui confrontarmi, non pensieri deboli. Insomma, serve un Pd che non accarezza il Paese, che gli vuole bene ma si prende anche la responsabilità di fargli fare le scelte giuste anche se impopolari, che lo porta a confronti profondi. Non bastano i viaggi dei candidati, contro Berlusconi non vinciamo a reti unificate».


Il manifesto Bindi c'è. È pronta a candidarsi?

«Voglio capire le regole. E vedere se è utile, se l'utilità viene percepita anche da altri».


La caccia al candidato alternativo ruota in realtà sui Ds. Fassino ha detto che la Quercia ha un solo candidato, Veltroni. E ha bloccato Bersani.

«E questo non va bene; non si è uniti perchè c'è un unico candidato. Vedo più la preoccupazione di preservare l'unità del vecchio partito che quella del nuovo. Un presupposto che insospettisce: ancora una volta si vuole salvare la continuità organizzativa della sinistra italiana nel nuovo partito. Un altro candidato Ds sarebbe il segnale più importante, la garanzia che davvero ci andiamo a mischiare. Così invece corriamo il rischio di avere l'incoronazione di un leader, la guerra tra liste che altro non sono che correnti personali e la continuità organizzativa dei vecchi partiti».


Aiuto, un mostro.

«Appunto. Penso che dobbiamo impegnarci per l'esatto contrario: la scelta di un segretario, un confronto tra le idee a prescindere dalle appartenenze di origine e il grande coraggio di pensare a un nuovo modello organizzativo. Solo cosi potremo eleggere il leader di un partito nuovo E non un partito del leader: un modello che non ci appartiene».

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