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Rubriche - Il posto delle nuvole

16 Luglio 2007
L’uomo del cielo azzurro - 3° episodio
di Talia

IL SOGNO


L’uomo del cielo azzurro si svegliò stranito. Aveva fatto un brutto sogno: era davanti a uno specchio, in un luogo sconosciuto, tra pareti scialbe, il cuore triste e il volto riflesso sorridente. Cercava di smettere di sorridere, non vi riusciva, eppure era solo, non c’era il solito pubblico, c’era una donna, in un angolo, con un viso di porcellana che ricordava quello di una bambola, una piccola bocca a forma di cuore e due grandi occhi senza palpebre, e lo guardava. Lui rigirandosi nel letto, non riusciva a mettere a fuoco quello sguardo, eppure c’era in lei qualcosa di familiare.
Si mise a sedere, liberandosi della morbida coperta di lana, suonò un citofono interno, il cui pulsante era sul comodino liberty, posto accanto al grande letto; subito solerte un domestico rispose. Lui gli ordinò di ritardare la colazione di mezz’ora. Sì alzò, andò alla portafinestra che dava sul gazebo del giardino. La aprì, respirò profondamente per scacciare il pensiero fastidioso: il sogno gli ricordava un fatto vero, ma quando, nella realtà, guardandosi allo specchio si era reso conto che le sue labbra restavano rivolte verso l’alto pur nella malinconia dell’ora? Quando? Inutilmente tentò di ricordare, infine uscì all’aperto, era una fredda ma tersa giornata di novembre, l’aria pungente lo risvegliò del tutto, scacciò il sogno, guardò il cielo, si sgranchì le gambe, si compiacque: erano sode e muscolose. Tirò in alto la giacca color acqua marina del pigiama e notò, compiaciuto, che il ventre era in buone condizioni. Si sentì più rilassato e pronto. Quello era il giorno della Riunione.

L’uomo del cielo azzurro ne aveva organizzate tante, tante ne aveva presiedute, ma quella era una con la erre maiuscola: Riunione. Un incontro, per definire il piano di battaglia, con i suoi più stretti collaboratori, uomini sulla sua stessa lunghezza d’onda. Si contavano sulle dita di una mano, lo seguivano da lungo tempo, uno fin dalla prima infanzia. Si erano incontrati all’oratorio, si erano guardati e si erano scelti. Nel tempo avevano continuato a riconfermarsi amici. Avevano sempre camminato insieme, l’uomo del cielo azzurro avanti, l’amico un po’ dietro, ma sapevano che non c’era distanza tra di loro. Il fedelissimo gli ricordava il padre, per quel senso tutto lombardo di schiettezza, alacrità, capacità di fare, rispetto dell’altrui lavoro, ma non aveva del padre la modestia, né il rispetto, un po’ servile, delle gerarchie consolidate.
Credevano, i due giovani, che il mondo si potesse possedere, che i sogni fossero destinati a realizzarsi, fortunati, consapevoli di esserlo, felici di dimostrarlo. L’amico poi aveva il dono della sintesi, l’istinto di cogliere il nocciolo delle questioni, talenti naturali che egli aveva coltivato, lettore onnivoro e raffinato, profondo conoscitore della musica, era rimasto pur nella ricchezza accumulata, nel prestigio del potere che si era guadagnato, il ragazzo dell’oratorio della loro comune infanzia.

Tutti quei collaudati collaboratori riuscivano a incuriosirlo, a volte a stupirlo, anche l’ultimo arrivato nel tempo, la cui unica lussuria era una bulimia mentale, che gli faceva ingurgitare idee e progetti. Il potere era la spezie di quei cibi della mente, dei quali prima o poi di si disfaceva.

La noia era la peggiore nemica dell’uomo del cielo azzurro, e la noia scaturiva dalla mancanza di sfide, di lotta, di azione, dalla ripetitività della vita. Anche il divertimento per lui non era mai fine a se stesso, doveva essere una questione di energia, come gli aveva detto il suo medico personale: c’è chi nasce bolide, chi utilitaria. Era proprio la volontà di non considerare le innate differenze di qualità, di valore, tra le persone, e così facendo appiattire il mondo, ciò che maggiormente detestava nel Comunismo. Così come non sopportava l’incapacità dei nemici a cogliere i suoi pregi: lo riducevano a una macchietta. Il suo successo era forse dovuto solo alla fortuna, alle protezioni, a tutto quello di illegale che gli avversari gli imputavano? Doveva pure averla qualche dote. Soprattutto non volevano dargli atto della sua fedeltà alle origini: coloro che gli erano stati accanto, perdenti o vincitori che fossero, li trascinava con sé. A differenza dei musoni antagonisti  - e ancora una volta non poté non fremere al pensiero del nuovo nemico che nulla aveva dell’arroganza dei compagni di lotta  –, soprattutto dei così detti intellettuali che si rivolgevano al volgo, tale lo consideravano, con sorrisi stitici e rigidità del corpo, lui realmente guardava l’umanità con simpatia.  Forse perché voleva conquistarla, ma non solo. Se non fosse stato investito fin da piccolo da un alto destino, avrebbe voluto fare il capo comico. Si pensava abitatore di un’epoca rinascimentale. Sognava di andare in giro sul carro di Tespi, di inventare ogni giorno una nuova farsa, di portare allegria, di ascoltare alla fine di ogni rappresentazione il suono melodioso degli applausi, di ricevere l’abbraccio del pubblico e quello delle donnine compiacenti che, a fine spettacolo, l’avrebbero visitato e, in cambio di un bicchiere di vino e di un po’ di minestra, gli avrebbero consegnato il proprio onore e fatto credere di essere il dio dell’amore. Il mondo dello spettacolo lo affascinava e intuiva, con preoccupazione, che affascinava anche il piccolo uomo dal viso mobile. Tutto si può quando si ha energia e si capisce la magia del buio della sala, delle luci sul palco, si è provato lo stordimento dell’odore dei camerini pregni di cipria, di profumi, di sudore dei corpi, quando si è sperimentato il senso di onnipotenza che regala l’essere al centro della scena, il regista della messa in scena, allorché si è vissuto sulla propria pelle l’ebbrezza di fermare il ticchettio dell’orologio dell’esistenza, precipitando nel tempo altro della finzione. E così possedere gli animi, soggiogati dalla rappresentazione che li sottrae alla ancestrale paura: lo srotolarsi inesorabile dei giorni e delle notti. Ed è per questo che bisogna marcare il territorio: fuori i terreni incolti, la lotta per la sopravvivenza, la frenesia delle ore, dentro, teatro, cinema, scatole magiche, caleidoscopio di forme e colori… Eh, sì, l’altro, questo lo aveva capito. Ci pensava e ci ripensava a quel viso mobile.  Se un’idea si impossessava dell’uomo del cielo azzurro, non lo lasciava più. Non era mai riuscito a spiegarsi da che cosa ciò derivasse, fatto sta che tutte le sue vittorie erano scaturite dalla capacità di non mollare la presa, di non distrarsi, di essere posseduto dal problema, di rimanere al palo.

Tornò nella sua stanza, guardò verso il letto e ancora, pur non volendo, il sogno gli ritornò alla mente. La sua bocca che continuava a ridere, la donna-bambola che lo guardava… Ma come lo guardava? Ed ecco che il domestico, dopo aver bussato dolcemente alla porta e avendo ricevuto il permesso di entrare, posando educatamente il vassoio con la colazione sul tavolo, dalla tovaglia bianca immacolata, con sui bordi boccioli di rosa, gli disse che al telefono c’era la signora dai capelli rossi. Aveva dato lui il permesso di chiamarla così, non sembrandogli quel soprannome riduttivo. Del resto, se non fosse stato per il colore dei capelli,  forse sulla spiaggia, in quella mattina di fine estate, non l’avrebbe neanche notata. Non era certo lei la donna-bambola del sogno che la guardava. Bambola, solo all’apparenza, perché c’era… Ecco cosa c’era in quello sguardo, una volontà di non mollare la presa. E illanguidendosi, andò con il pensiero alla donna che era la madre-chioccia, la madre-tigre dei suoi tre figli più giovani. Meglio rispondere al telefono, distrarsi un po’: non servono forse a questo le persone che se non fosse stato per il fatto di averlo incontrato, non sarebbero altro che gente comune? E le tante donne che lo circondavano che cosa erano? Giochi sempre più mentali, distrazioni, sostituzioni mai riuscite.

La donna dai capelli rossi lo salutò, dall’altro capo del telefono, con la sua voce sensuale e invitante. E fu per lui una piccola, gentile, carezza. Oltre la sensualità, l’uomo del cielo azzurro, percepì subito, tuttavia, una certa ansia e ne provò tenerezza. La donna aveva saputo della Riunione e timidamente, seppur decisa, chiedeva di parteciparvi, aggiungendo con un filo di voce ancora più invitante: non sono forse giusta, perché donna? Le cose non cambiano mai? Una donna bella non può essere intelligente? Rispolverò un femminismo che non le apparteneva. Ma lui, che conosceva ben altre sottigliezze maschili, nella lotta per la conquista di un posto al sole, la assecondò nel suo quanto modesto risentimento. La sentì indifesa e, come spesso gli capitava, l’altrui fragilità, a meno che non fosse quella del nemico, lo rendeva accondiscendente. Poverina, come darle torto, in poche settimane era finita dalle stelle alle stalle. I vari megafoni, altoparlanti, sottoposti, e non solo della sua parte, avendo intuito che all’uomo del cielo azzurro interessava meno, da un giorno all’altro avevano smesso di invitarla a dibattere di tutto e di niente, quasi fosse una geniale economista, una raffinata ideologa, una esperta di finanza. Se non fosse stato lui a costruire quel circo, la cosa gli avrebbe dato fastidio. Cercò di rincuorarla, promettendole che il giorno dopo si sarebbero visti, da soli,  per ripensare il suo ruolo e diede corda a quello striminzito, ipocrita, rigurgito femminista – era maestro nell’assecondare gli altrui inganni. Le disse che aveva ragione, che i suoi collaboratori erano maschilisti, che lui capiva e l’avrebbe sempre difesa. La salutò, dandole appuntamento per il giorno dopo nel primo pomeriggio, lei gli mandò un bacio squillante e così, senza troppa fatica, si liberò di un piccolo, ma quanto noioso, intralcio. 

Basta, pensare, ricordare si disse, infine, sedendosi davanti alla tavola apparecchiata. Era giunto il tempo dell’azione, era pronto ad andare alla Riunione ma prima, come sempre nei momenti topici dell’esistenza, avrebbe fatto una sosta dalla mamma.

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