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PD News

7 Novembre 2006
Partito democratico, cominciamo da noi

di Alfredo Reichlin - da L'Unità
Anche i fatti di questi giorni stanno a dirci le ragioni di un nuovo grande partito riformista per l’Italia. Tra queste ragioni una a me sembra fondamentale. Ed è drammatica. È impedire qualcosa che non è tanto il declino economico, su cui c’è discussione, ma il fatto che l’organismo italiano, cioè lo Stato ma anche una società così corporativizzata e popolata da anziani - con in più le crescenti divisioni territoriali - ci espongono al rischio di non reggere alle nuove sfide del mondo.

E quindi la necessità per la politica, soprattutto per chi come noi si considera di sinistra non per astratte ragioni ideologiche ma per la responsabilità che sentiamo di garantire il progresso del paese e il futuro del modo del lavoro di esprimere una guida politica e morale all'altezza delle cose.

Resta però in me una domanda. Noi a che cosa stiamo lavorando? A una pur condivisibile operazione politica in base alla quale i gruppi dirigenti di Ds e Margherita cercano di unirsi per ridurre la frammentazione politica e rendere più governabile il sistema? Oppure al tentativo difficile e altamente ambizioso di voltare pagina e di costruire finalmente una forza capace di rielaborare quell'idea di una nuova Italia nel mondo globale che il riformismo debole di questi anni non è riuscito a fare? Non mi interessano i processi al passato ma non riesco a pensare che questo degrado sia soltanto colpa di Berlusconi.

E' vero che i due obiettivi possono anche convivere. Ma la preoccupazione che mi assilla è che accanto a un largo consenso dell’opinione pubblica che approva i fatti unitari perché rifiuta una politica così rissosa e meschina, noi non riusciamo a coinvolgere le passioni della sinistra, la sua anima profonda. La quale - stiamo attenti - non si misura solo con gli ultimi voti ai Ds o con la vita quotidiana dell'apparato. La verità è che la nostra base assiste perplessa a qualcosa che non capisce, ha il timore di dover ammainare le sue bandiere. Bisogna reagire e io vorrei dire ciò che sembra necessario. Non basta che i dirigenti (me compreso) dicano che i timori sono infondati perché dietro le trattative tra i vertici politici c'è un grande disegno. Esso c'è - io credo - ma il fatto è che un disegno come questo, che non è una campagna elettorale ma una vera e propria rifondazione della sinistra e del suo pensare se stessa e il suo ruolo nell'Italia e nel mondo di oggi (cioè qualcosa che non avviene da un secolo) è credibile solo se questo sforzo comincia a vivere, diventa una esperienza vivente. Dico vivere nella vita reale del partito e del suo vero discutere. Ma allora (questa è la mia opinione) perchè «viva» i dirigenti (me compreso) devono mettere in gioco se stessi. Devono, cioè, essi cominciare ad aprire una pagina nuova e a impegnarsi nello sforzo di elaborare nuove analisi e nuove idee.

Non dico una banalità perché (questo è il punto) si tratta di uno sforzo molto difficile e inedito che nella sostanza mi porta a concludere che fare il partito democratico e rifondare la sinistra non sono poi cose diverse. A ben vedere è la stessa impresa. Perciò io non sento il bisogno di andare alla scuola di partito di Salvati e del figlio di Andreatta dove si prendono lezioni di riformismo dal professor Giavazzi. Sicuramente imporrei molte cose ma non la cosa essenziale. E cioè che il solo strumento che abbiamo per fare il partito democratico siamo noi stessi.

Non è la mediazione con gli altri da parte di una forza che resta se stessa. È mettere in campo una sinistra che rinnovando se stessa e mettendosi in grado di leggere non più il Novecento ma l'enorme novità del mondo di oggi spinga anche gli altri a tirar fuori la grande storia che hanno nella pancia.

Noi dobbiamo cambiare, e molto. Ed è strano che la nostra minoranza non senta il bisogno di rompere questo silenzio pesante per cui da anni ci occupiamo solo di sindaci, ma non abbiamo le parole per nominare la nuova società italiana e per dire al mondo degli altri popoli perché una sinistra europea non è il passato dell’Occidente.

Si tratta, quindi di una operazione difficile anche perché non si può fare senza riaprire un dialogo con le forze dell'intelligenza italiana sempre più lontane dalla politica e senza mettere in conto una rivoluzione culturale e morale. È impressionante. L'Italia non ha più una base culturale seria. L'ebbe con De Santis e poi Croce. E anche il fascismo affermò una idea culturale, sia pure retorica: il mito di Roma. E non saremmo arrivati a quella straordinaria mobilitazione di energie nel dopoguerra senza il pensiero di Gramsci e il tanto vituperato incontro con la sinistra e il cattolicesimo sociale. Elaborare una nuova base culturale è necessario almeno quanto risanare il bilancio dello Stato. Altrimenti non nasce un nuovo partito.

Questi sono i problemi e se vogliamo venire al merito è necessario spostare di 180 gradi la discussione. Cosa succede se l'Italia nel momento in cui si stanno accellerando trasformazioni del mondo tali da sfidare e rimettere in causa non solo le economie, ma le culture profonde, le religioni, l'idea di sé delle grandi potenze occidentali, non riesce a cambiare profondamente il suo modo di essere? Non si tratta di un problema economico, come fu anni fa la grande correzione del deficit di bilancio per agganciare la moneta unica. Ciò che sta sotto i deficit finanziari e la caduta della produttività del sistema, è ben altro. Sono anche le illegalità, le rendite, le corporazioni, le ingiustizie. Ma è sopratutto il fatto che non esiste più da anni una
classe dirigente che sia in grado di pensare a qualcosa come lo Stato e l'interesse generale.

Questo è il vero problema del riformismo italiano. Non è quello di andare «più a destra» o «più a sinistra». Si tratta di spingere la sinistra a misurarsi con un deficit storico di responsabilità delle classi dominanti, le quali non hanno mai accettato davvero la democrazia dei partiti.

Noi siamo il paese nel quale, anche per colpa del sovversivismo delle classi dirigenti si è lungamente sedimentato un senso comune antipolitico, alimentato dai media ed usato dai cosidetti «poteri forti» per condizionate i governi e i partiti politici. È da questo insieme di cose che viene la singolare debolezza dello Stato italiano continuamente esposto a crisi drammatiche.

Penso a come, dopo lo splendore del Rinascimento ci riducemmo a terra di conquista tra Francia e Spagna, oppure a vicende catastrofiche come l'avventura fascista e la fuga del re e dei gerarchi l'8 settembre.

Siamo oggi di fronte a un rischio del genere? È evidente che le risorse dell'Italia moderna sono grandi e senza paragoni col passato. Ma che succede se non si crea una forza politica nuova, una guida anche morale capace di riformare profondamente il profilo storico, sociale, etico-politico del paese? La novità del problema italiano sta nel fatto che come risulta da molti studi e proiezioni l'Italia così com'è (ricchezza privata e miseria pubblica) rischia entro 10-20 anni di ridursi a una «espressione geografica». Il che vuol dire molto semplicemente uscire dalla scena mondiale non come italiani ma come Stato, come struttura politica e sociale complessiva capace di proteggere i suoi cittadini e di avere un suo posto e un suo potere nel mondo dei grandi aggregati sovranazionali. Ecco che cosa richiede un partito, e non un movimento plebiscitario.

Questo insieme di considerazioni dovrebbe far riflettere anche gli oppositori del nuovo partito. Non si tratta affatto di una operazione moderata. Io capisco chi non vuole rinunciare a pensare che si stanno riproponendo contraddizioni e problemi che evocano risposte di tipo socialista. Cose di questo genere le penso anch'io. Ma la precondizione perché non si riducano a una astratta invocazione è che vada avanti e regga lo sforzo di impedire la decadenza e l'emarginazione del paese in cui tutti viviamo, ricchi e poveri, meridionali e settentrionali e dove le giovani generazioni italiane dovranno vivere. Se falliamo altro che socialismo. Finirà il bipolarismo come alleanza strategica del centro con tutta la sinistra, si tornerà a soluzioni neo-centriste basate sul cosidetto taglio delle ali. Il che significa che la sinistra si frammenterà ancora e quella che resterà al governo avrà solo un ruolo subalterno, mentre quella che si unirà ai gruppi estremisti non conterà nulla. La sinistra italiana uscirà dalla scena europea e mondiale mentre altre culture e altre forze prenderanno nelle loro mani le bandiere del cambiamento.

Tutto questo comporta la consapevolezza delle novità enormi con cui dobbiamo misurarci. E la prima cosa da dire è che se vogliano far rivivere la sinistra dobbiamo immaginare qualcosa che è molto di più di un programma. È il passaggio dalla sua vecchia funzione (diciamo semplificando molto: anatomia della società borghese e quindi giustizia sociale, emancipazione del lavoro, cittadinanza) a una funzione più ampia e più cosmopolita, meno economicistica, più culturale. Una funzione che deriva dal fatto che spetta alle forze progressiste formatesi nella grande storia europea, dare una risposta a quella che sempre più si presenta come una crisi di civiltà. Il fatto è che quel modello occidentale che sembrava essere universale appare sempre meno capace di governare il mondo. Bisogna reinventare la democrazia e i diritti delle persone e dei popoli dopo lo Stato nazionale.

Ma è giunto anche il tempo, oggi non domani, di basare la convivenza umana in questa che è e sempre più sarà l'epoca dell'interdipendenza e della globalizzazione su una nuova base. E questa base è un'etica del limite delle risorse e una nuova morale del genere umano. Che ridicola disputa quella tra chi non vuole morire socialista e chi non vuole morire democristiano. Sono cose di ieri. Come non capire che una nuova creazione politica in cui la sinistra laica si incontrasse con l'umanesimo cristiano è un grande fatto, non soltanto italiano?
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