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PD News

10 Ottobre 2006
Dopo Orvieto - Un partito meno dei padri e più dei figli
(ndr) il testo compare anche su Il Riformista del 10 ottobre 2006
di Franco Monaco

Non vorrei passare per uno che non è mai contento. Di quelli che rilanciano sempre con un “più uno”. Il PD si farà, mi ha apostrofato Marini incrociandomi a Orvieto, che altro pretendi? Sia chiaro: anch’io considero Orvieto un’altra tappa importante, forse una svolta. Già il fatto che si sia svolto, dopo la Chianciano dei Popolari e la defezione del correntone DS, è un risultato. Colpi di freno e aperte opposizioni non fanno recedere dalla direzione di marcia. Sembra davvero, incrociando le dita, che il “se” sia alle nostre spalle. Ora si discutono il “come” e il “”cosa”. Io però sento soprattutto l’esigenza di approfondire il “perché”. Questa è la domanda decisiva, come ammoniscono i filosofi. Il “perché” illumina e condiziona il “come” e il “cosa”. E poi solo le motivazioni politiche più profonde e condivise possono generare consapevolezza, convinzione, determinazione, cioè esplicita e ferma volontà politica e, magari, quel pathos che, diciamocelo, ancora difetta. Forse a causa di troppe parole enfatiche cui non sono seguiti comportamenti conformi. D’Alema ha parlato di testa e di cuore. Se anche D’Alema fa appello al cuore…


Dunque le motivazioni politiche del PD. Spesso se ne invocano di deboli e inadeguate. Dare forza e respiro riformatore al governo Prodi, si dice. E’ decisamente poco. Non si dà vita a un partito nuovo ­ impresa tostissima ­ solo per sostenere un governo. Oppure si evocano due obiettivi: stabilizzare il bipolarismo e dare una casa comune ai riformismi che, in Italia più che altrove, sono declinati al plurale. Giusto. Tuttavia, rammento che quando, a metà anni ’90, si gettavano le basi dell’Ulivo si osava assegnare ad esso due motivazioni/obiettivi che non è enfatico qualificare come di portata storica. Essi possono essere condensati rispettivamente nella “questione comunista” e nella “questione cattolica” (nella sua accezione politica, ma forse non solo). Questioni nelle quali si concretano la peculiarità-anomalia del caso italiano. Come proverò a sostenere, quelle ragioni storico-politiche (il “perché” del PD) sono tutt’altro che indifferenti rispetto al “come” e al “cosa”. La disputa che si è accesa a Orvieto sulla relazione Vassallo, formalmente centrata sulla forma politico-organizzativa del PD, rinvia a quel “perché”. Rinvia alle relazioni storiche di Scoppola e Gualtieri. Che tuttavia - lo noto con rispetto, è solo una mia opinione - non ci hanno aiutato a misurare compiutamente la portata di quella doppia peculiarità-anomalia, che è un portato della storia politica, culturale e religiosa italiana. Forse per formazione culturale, forse per riguardo all’uditorio, affollato di ex DC ed ex PCI, i due relatori non hanno voluto calcare la mano, sminuendone così la portata.

Gualtieri ha fatto una rilettura (togliattiana?) della storia italiana levigata, rassicurante, priva di sporgenze e di drammi. Una storia tutta raccolta intorno alle due famiglie politiche socialista e cattolica.


Trascurando apporti altri, ma soprattutto tacendo o minimizzando il dato politico saliente, quasi fosse un dettaglio, una variante indolore: la drammatica rottura interna alla famiglia socialista e la conseguente, lunga, ininterrotta egemonia comunista dentro il  movimento operaio e la sinistra italiana e la condizione minoritaria del socialismo democratico e riformista. Gualtieri ha liquidato quel macigno con un inciso eloquente ed esorcistico: il “riformismo di fatto” del PCI autorizzerebbe ad iscriverlo senza incertezze nella tradizione socialdemocratica. Come se fosse possibile sbarazzarsi così della tragedia del comunismo, della storica sconfitta del PCI e del loro retaggio sul sistema politico italiano. Mi spiego: il PD rappresenta, per gli eredi del PCI, l’occasione storica per venire definitivamente a capo della “maledizione” connessa alla continuità PCI-PDS-DS, che sta anche all’origine dei limiti strutturali delle potenzialità espansive del suo consenso e che fanno diversa la condizione dei DS da quella delle socialdemocrazie europee. Naturalmente a condizione che il PD sia effettivamente partito nuovo con alla testa un gruppo dirigente finalmente plurale.


Scoppola, sul fronte del cattolicesimo politico, si è mostrato decisamente più consapevole e avveduto. A mio avviso, tuttavia, anch’egli ha sottostimato i problemi, le contraddizioni e quindi la discontinuità necessaria quando è sembrato far coincidere il cattolicesimo democratico con la DC prima e il PP poi. La DC fu partito contenitore “meticcio”, complesso, contraddittorio. Di ispirazione cristiana, ma anche di raccolta e argine anticomunista; laico ma contrassegnato da un rapporto speciale con la Chiesa, che non ha riscontri altrove, neppure nei partiti democratico-cristiani degli altri paesi; partito guida della ricostruzione e della rinascita democratica, ma anche  partito che non sempre ha brillato per trasparenza e per buona amministrazione. Sono fuori discussione i suoi meriti storici nella difesa e nello sviluppo della democrazia italiana. Ma sono pure da registrare le contraddizioni puntualmente disvelatesi all’atto del suo scioglimento, con l’emorragia di una parte cospicua dei suoi elettori verso FI e la Lega (nelle regioni del nord). Al fondo stanno le forzose equivalenze operanti più o meno consapevolmente anche a Chianciano: il PP sarebbe il solo erede legittimo della DC; la DC e il PP coinciderebbero con il cattolicesimo democratico, che invece fu solo un pezzo della DC e, all’opposto, fu più esteso del PP; gli eredi di DC e PP avrebbero quasi il monopolio della rappresentanza dei cattolici tout court dentro l’Unione (i “teodem” sarebbero solo fratelli che sbagliano, ma di cui pure ci si intesta la rappresentanza, come ha fatto Castagnetti). Si spiega in questa chiave il “cicchetto” di “Avvenire”, che contesta non a torto tale pretesa degli ex PP, cui certo si aggiunge la nota propensione antipatizzante del quotidiano della CEI verso tutti i cattolici che militano nel centrosinistra.


Troppe semplificazioni, troppi cortocircuiti, troppe rappresentazioni edulcorate. Muovendo da una lettura storica forzosamente ricondotta alle due suddette famiglie e a una loro rappresentazione sublimata, a Orvieto, D’Alema e Castagnetti ­ per fare due nomi ­ hanno dato voce a una sorta di “continuismo diarchico” nel processo costituente del PD.



Cioè all’idea che due sono le culture (e i partiti che vi corrisponderebbero) che hanno sostanzialmente forgiato la democrazia italiana; che, di riflesso, gli attori-protagonisti del nuovo partito abbiano da essere gli eredi di PCI e DC; che infine si dia un primato dei partiti e, segnatamente, di quei partiti che si riconoscono in quei due ascendenti, con una messa in mora di fatto dell’esperienza “leggera” e dal profilo incerto che è Margherita. Non a caso, prima di Orvieto, si è fatta Chianciano adducendo la seguente motivazione: al dunque, devono tornare in campo le “culture politiche”, quasi che, con Margherita, esse siano state sospese. Così pure, è significativo che D’Alema, alla vigilia di Orvieto, abbia evocato Berlinguer come uno dei padri nobili del PD, che, all’opposto, si inscrive nell’orizzonte di una democrazia non più ideologica e consociativa, contrassegnata da una profonda discontinuità rispetto alla stagione e alla politica berlingueriana.


Confido comunque che il processo vada avanti. Che si diano opinioni diverse circa il percorso e l’approdo è naturale. Ma mi chiedo se per dare vita a un grande partito ­ impresa ardua e impegnativa ­ non sia necessario maturare un relativo consenso intorno al giudizio storico politico circa le tappe salienti della evoluzione della democrazia italiana e dei suoi attori.


Discutiamo del modello Vassallo, ma anche di ciò che sta a monte di esso e cioè l’idea di una più marcata discontinuità rispetto a forze politiche e gruppi dirigenti ancora troppo orgogliosamente eredi di una storia non per intero luminosa e comunque consegnata al passato. Disegniamo un PD meno dei padri, veri o presunti, e più dei figli. Come notavo in esordio, l’Ulivo fu pensato in rapporto all’esigenza di dar vita a una democrazia post-ideologica non più imperniata su partiti-chiesa, di operare una sana “riduzione della politica allo stato laicale”, di venire a capo delle due linee di frattura che hanno segnato la storia non solo politica italiana: quella tra centro e sinistra e quella tra laici e cattolici. Sullo sfondo di questa ambiziosa sfida, si può comprendere a pieno il senso del modulo politico-organizzativo audacemente aperto che affida ai cittadini il potere costituente, piuttosto che a partiti che ancora, in parte, partecipano di quelle vecchie linee di frattura. Così da dare vita a un partito compiutamente nuovo. Le cose poi, come sempre nella vita, procederanno più pragmaticamente attraverso intese, compromessi, aggiustamenti. Ma è buona cosa che si sia consapevoli della circostanza che, dietro la disputa sui modelli di partito, stanno questioni di natura storico-politica che ci impegnano a un confronto ancor più serrato e meno di superficie.

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