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Rubriche - Il posto delle nuvole

23 Luglio 2007
L’uomo del cielo azzurro - 4° episodio
di Talia

LO SPECCHIO DELL’INFANZIA


Ci fu un tempo, non molto lontano, in cui la carica, la concentrazione, la spinta a dare il meglio, il sostegno affettivo, l’uomo del cielo azzurro li trovava nella sua donna. Compagna, moglie, madre dei suoi tre figli più giovani.

Ah, sì, quanto l’aveva amata per la sue doti di accoglienza, per la sua solidità e intelligenza. E per la sua bellezza. Poi, ci fu la discesa in campo. Non aveva scelta: doveva salvarsi, proteggere il suo impero, il suo dominio, i suoi privilegi. Difendersi dall’assalto delle toghe rosse. E lui, quando si sentiva minacciato, diventava un leone: nulla lo avrebbe intralciato.

Tuttavia, non credeva che sarebbe stato tanto semplice giocare quel nuovo gioco, sostituendo alla gestione dell’azienda, cariche elettive e responsabilità di governo, pur essendo ben consapevole della sue eccelse capacità di trasformismo. Fortunatamente nei luoghi del potere politico - lo aveva capito subito - conta di più appartenere alla stessa tribù, riconoscere nell’altro lo stesso timore di essere spazzato via, condividere gli stessi privilegi, la stessa smania di apparire, che  affinità elettive, ideologie, passioni, storia personale. Fu, perciò, facile sbarazzarsi dei pochi che compresero che cosa la sua discesa in campo avrebbe rappresentato: un mutamento antropologico, una ferita nel tessuto connettivo del paese.  Quei pochi furono, trasversalmente agli schieramenti, considerati profeti di sventura, menagramo, guastatori. Il resto seguì il copione di sempre: acquisti, più o meno costosi, richiamo del profumo dei denari, dei corpi, del potere, doni di vario genere, antica rancori da sedare. Un aiuto inatteso gli era venuto dal migliore tra i suoi antagonisti, che si buttò a capo fitto nella lotta, accecato dal gusto della sfida, dalla propria vanità.    

Non fu facile, dopo, alimentare lo spettacolo, ma fortunatamente ebbe dalla sua il popolo desideroso di evadere dalla propria faticosa quotidianità, desiderio tanto più incalzante, quanto più la situazione diventa difficile, le tasche si svuotano, le incertezze aumentano.

Da subito, per un fatto di pelle e non solo, detestò il professore, il suo antagonista degli esordi. Questi si intestardiva a non soggiacere ai parametri interpretativi della realtà e dello scontro politico, a quel gusto spudorato di scompigliare l’esistente, che l’uomo del cielo azzurro, aiutato dai suoi fidi servitori, riversava a piene mani sul paese. Irriverenza, amoralità, dispregio delle regole li possedeva per indole e li andava esaltando per un patto segreto stipulato, molti anni prima,  con il Grande Maestro, colui che stava ridisegnando le mappe del potere, dei poteri. Arrembaggio liberatorio, a tutto campo, al tessuto civile, alle ristrettezze esistenziali catto-comuniste, che avevano imbrigliato per decenni il paese. Ah, quel professore, con quei vestiti da provinciale cresciuto nelle parrocchie e sui libri. Che non era corso a farsi consigliare, come molti suoi compagni di battaglia, dal parrucchiere di grido, dall’ottico con occhiali grandi firme, dal dietologo, dal personal trainer. Lui e la sua grande famiglia. Uomo tosto, dal volto scolpito, lo sguardo di chi non vuole distrarsi, la capacità di non dimenticare, la tenuta di un grande incassatore. E anche fortunato. E l’uomo del cielo azzurro rispetta la fortuna, sa che elargisce i propri doni a casaccio, che nulla la addomestica. Averla dalla propria parte è come scendere in campo con un giocatore in più.

Con spirito lieve, mettendo da parte il senso di fastidio che provava pensando al professore, che lo aveva battuto ben due volte e lui non amava perdere, si alzò dalla tavola apparecchiata per la colazione e andò a prepararsi a fare visita  dalla madre. Avrebbe ritrovato il sorriso complice e amoroso dell’infanzia, e quella religiosità materna che gli infondeva calore.

Fin dall’infanzia la religione aveva fatto parte del suo panorama familiare, grazie alla fede incrollabile e un po’ superstiziosa della mamma e a quella fervida, seppur di breve durata, del fratellino. Quest’ultimo, verso i dodici anni, aveva dimostrato una forte propensione alla vita ecclesiastica. La sera, prima di andare a letto, passava oltre mezz’ora inginocchiato a pregare, appena poteva andava in chiesa, più volte lo trovarono nella sua stanza, con un vestito da prete improvvisato, a impartire benedizioni a una gruppo immaginario di fedeli. Ma nessuno lo aveva preso sul serio, avendo mostrato da subito una certa mancanza di volontà, che lo spingeva a cambiare spesso idea trascinato dalla propria incostanza. Infatti, il fervore religioso durò poco più di un anno, sostituto dalla passione per le figurine dei calciatori che, meravigliando tutti in famiglia, avrebbe resistito al tempo contagiando ben presto il fratello maggiore. Il quale, da adulto, avrebbe sostituito le figurine con calciatori in carne e ossa.

Sfogliava con amore i suoi album, nascosto dietro al divano bianco, ricoperto da un telo di plastica, del salotto dignitoso. La mania di nascondersi, dietro un sofà, piuttosto che sotto un tavolo, accomunava i due fratelli, per il resto erano molto diversi, ma il grande ebbe sempre una tenerezza profonda verso quel fratellino trascurato. Il piccolino di casa era di indole arrendevole e mostrava una certa dose di fragilità che, tuttavia, non preoccuparono mai la madre: sapeva, la donna, che il primogenito avrebbe realizzato grandi imprese e riservato al fratellino, non solo nel cuore, un posto in prima fila.

Il padre non era troppo presente nella vita di famiglia, persona per bene, gran lavoratore, con i piedi in terra, non si entusiasmava facilmente davanti alle prodezze del figlio maggiore, ma questa concretezza del genitore, questa mancanza di slancio, erano largamente compensate dalla fede della madre. Da subito la donna sfacciatamente lo considerò vincitore, lo assecondava nei suoi sogni di gloria e temendo la cattiveria e soprattutto l’invidia degli uomini, non bastandole le preghiere e i rosari, aveva costruito nella casa di periferia, nella parte esposta a sud del tinello, un altarino dedicato alla Madonna delle Grazie. E fu così che si stabilì un rapporto di intimità tra la Madonna e il futuro uomo del cielo azzurro. Lui le si rivolgeva con una certa frequenza e senza pudore, abituato a ordinare, a mercanteggiare, parlava con lei su un piano di parità, come se la Madonna fosse una direttrice di banca a cui chiedere un fido, un potente politico del Palazzo a cui offrire appoggio per la campagna elettorale, un finanziere rampante e spregiudicato da cui non farsi imbrogliare. In momenti, non rari, di delirio di onnipotenza le chiedeva, con una certa insistenza, un posto nella storia.  Solo una volta, davanti all’altarino, sentì un certo scombussolamento, qualcosa che poteva essere ricondotto a un desiderio di vicinanza con l’al di là.

Era una notte senza stelle, il cui silenzio era attraversato dal rombo dei tuoni lontani, in cui i latrati dei cani non smettevano di rincorrersi e nell’anima gli scoppiò la nostalgia: nostalgia di eternità.  E, in quella notte, tale predisposizione d’animo, sommata a una certa apprensione per la calvizie che sembrava destinata ad aggredirlo molto presto, già preannunciandosi nella stempiatura della fronte, lo spinse a rivolgersi a lei, non per pretendere ma per cercare conforto.

Stendendo le braccia con voluttà, a occhi chiusi volgendo il capo verso l’alto – spesso lo faceva cercando concentrazione e l’altezza che la sorte non gli aveva dato in dono -, cominciò sommessamente a recitare il Padre Nostro, il cui inizio tanto amava: Padre Nostro che sei nei cieli – pazienza se si rivolgeva alla Madonna – quando, infastidito da un prurito alle palpebre, aprì gli occhi incontrando il suo viso riflesso nello specchio piccolo, leggermente rigato in basso,  posto sopra all’altarino per una decisione apparentemente un po’ folle della madre, che a riguardo non volle dare spiegazioni. Notò subito che le sue labbra restavano rivolte verso l’alto. Eppure non c’era pubblico, era solo, non cercava applausi, recitava una preghiera: la parte richiedeva uno sguardo ispirato, un volto serio e  lui, diamine, era un attore esperto. Cercò, caparbio, di distendere la bocca, di piegarla in giù, di fare qualche smorfia, niente, non riusciva a smettere di sorridere! Allora, gli sembrò che una ferita, tale gli apparve la bocca, tagliasse il volto.

Fu così che quella mattina di vigilia della Riunione, vestendosi, soffermandosi a rimirare la bocca e le pieghe intorno alle labbra - ogni mattina dedicava qualche minuto a scrutare il suo volto, a controllare soprattutto che non si fosse affievolito quel magnetismo che da sempre aveva reso unico il suo sorriso - nel grande specchio, dalla cornice di pregiato legno, rivide un piccolo specchio, rigato in basso, posto sopra l’altarino del tempo dell’infanzia e precipitò, per un moto della memoria involontaria, in quella notte cupa senza stelle, attraversata dai rombi dei tuoni lontani e dai latrati dei cani che si rincorrevano. La rigatura dello specchio divenne una ferita, era la sua bocca che rigava, sfregiava il viso. Il sogno della notte appena trascorsa, gli parve presagio di sventura. Ma la fortuna, lui ne era certo, ancora una volta non lo avrebbe abbandonato. La madre avrebbe pregato per lui e anche la zia suora, e anche tanti amici preti che tifavano per lui. Gli veniva da sorridere all’idea che avesse conquistato anche loro, lui credeva nei denari, nell’arrembaggio, nel calpestare chi gli impediva di ottenere tutto ciò che desiderava, lui aveva delegato la religione ai parenti, come si delega un compito qualsiasi, e sovente la considerava un intralcio, con quei dogmi pesanti da sopportare, e quelle regole assurde… L’indissolubilità del matrimonio! Meglio così, contenti loro! Alla volontà di Madre Chiesa non poteva che inchinarsi. Anzi ne sarebbe diventato paladino. Nessuno dei tanti prelati che frequentava gli aveva mai rimproverato il suo divorzio, le sue due famiglie, il suo gusto più plateale che reale, verso la seduzione dei corpi delle donne.

Pieno di ricordi, come spesso gli capitava recandosi dalla mamma, con il cuore speranzoso, e ancora divertito all’idea della protezione insperata che gli accordavano le gerarchie ecclesiastiche, entrò nella casa. Lei gli si fece incontro, vestita con cura, con quel suo desiderio di vivere, che il figlio aveva ereditato. Lo abbracciò, lui ricambiò l’abbraccio. Sentì il cuore riscaldarsi e ogni timore, incertezza, andarono via. Si lasciò condurre nel salottino accogliente, dalle pareti verde acqua, là dove si svolgevano i loro incontri, lei si sedette sulla confortevole poltrona color panna, lui si accovacciò ai suoi piedi. Si lasciò accarezzare i capelli, miracolo della scienza, di nuovo al loro posto, e si dispose ad ascoltarla. Pettegolezzi, consigli, affettuosità, solite domande: stai bene? ti stanchi? la famiglia? gli altri ti fanno arrabbiare, ti nutri? Domande di mamma.
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