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Rubriche - Hanno scritto

24 Luglio 2007
"Per la serie le donne devono assumere la leadership delle risposte alla crisi della democrazia
di Paola Gaiotti de Biase
Digerite, con qualche amarezza, le regole scritte per la nascita del futuro partito democratico, sta dunque partendo il processo che porterà alla sua costituzione formale. Sarà ben non farsi illusioni: non sarà ancora il passaggio conclusivo della fine della lunga transizione italiana. Troppi strascichi, di cultura politica, di etica civile diffusa, di cinismo spicciolo e spregiudicatezza, che si sono andati impennando nella società italiana  anche per responsabilità politiche in questi decenni, sono ancora vivi e vitali; e va pur ricordato che lo sono, con i loro effetti devastanti, proprio per il fatto che di fronte a questo tentativo complesso del centro sinistra di rinnovarsi, non solo non c’è ancora una destra decente senza cui è impossibile  costruire quello che giustamente Anna Finocchiaro ha definito un bipolarismo mite, ma crescono e perdurano effetti disastrosi sul dibattito e sugli equilibri politici,  sui sentimenti di sfiducia e rinuncia dei migliori,  sul vuoto delle stesse attese delle giovani generazioni.

Il modo di essere del partito democratico è ancora un problema aperto.
Lasciatelo dire almeno a chi non può abbandonarsi a un facile ottimismo se non altro per avere vissuto da trent’anni troppe delusioni: dalla rifondazione bassettiana della DC alla cultura dell’Intesa, dalla Lega democratica all’assemblea DC degli esterni,  dalla promozione dei referendum elettorali (“ridare lo scettro al principe”) all’ingresso nel PDS di Occhetto, dalla determinazione iniziale di Andreatta alla lunga travagliata storia dell’Ulivo, con tutti i suoi fallimenti non necessari, per ultimi lo sfortunato tentativo della Federazione e la mancata lista dell ‘Ulivo per le elezioni del Senato.

Tutto è nelle nostre mani; e non avremmo nemmeno la destra decente necessaria per un equilibrato bipolarismo, (e sono d’accordo con Padellaro e Colombo, il berlusconismo non lo è)  se non saremo capaci di mettere in campo una sinistra democratica  davvero,  con tutte le sue variabili interne alte e, insieme, con i paletti di tutte le sue incompatibilità politiche ed etiche, i confini chiari delle appartenenze possibili.

A questo fine, più delle stesse regole procedurali che sono state scritte, è importante cercare di rispettare alcune regole non scritte, non formali, affinché il confronto fra i soggetti che sono protagonisti del prossimo appuntamento sia esso stesso segnale di un nuovo stile.

La prima regola è non sottovalutare il confronto fra le idee. Finora il dibattito sul Manifesto è stato o vago o carente. Il rischio, che abbiamo già denunciato,  è che l’elezione del segretario nazionale e di quelli regionali,  concentri su di sé tutta l’attenzione militante. Intendiamo ovviamente fra le idee fondanti del nuovo partito, non su un per ora ipotetico programma di un futuro governo di là da venire, non sulla esaltazione delle appartenenze storiche che hanno deciso di riconoscersi in questa avventura.  Con più o meno liste, è essenziale far corrispondere alla proposta per il segretario un insieme di scelte di fondo, fra loro coerenti, non contrapposte, che non coprano, insieme, una opzione e il suo contrario, che non riflettano tutto l’universo del futuribile politico. Una operazione di questo tipo brucerebbe le ragioni della nascita del Partito Democratico, la sua leadership e la sua specificità nel centro sinistra,  e consegnerebbe il segretario alle pressioni  incontrollate di più minoranze.

La seconda regola, giustamente fatta propria da Veltroni, è quella di riflettere nelle liste la novità del nuovo soggetto non le vecchie appartenenze; la fecondità delle culture storiche si dimostra sul campo nella loro capacità di costruire una cultura comune. E’ il tema che è stato definito delle liste trasversali, che siano già prova dell’intreccio di culture attivo nel paese.  E tuttavia questa regola ha una condizione: se il più forte partito che caratterizza questa avventura ritiene di dover far blocco su un unico candidato, gli altri candidati saranno messi in condizione di non poter fare liste veramente trasversali: non basterebbe infatti la copertura di qualche intellettuale o esponente di società civile a dare il segno della trasversalità, della nuova unità che nasce. se mancassero protagonisti della vita politica, esperienze maturate sul campo.  Vorrei dire a Fassino, un blocco di DS che si traduca come tale nelle scelte, segnerebbe il fallimento di questa avventura; e lo dico, da una parte riconoscendogli  d’ essere stato il segretario di partito che si è battuto più di ogni altro per giungere a questo esito,  e dall’ altra da sostenitrice della candidatura di Rosy Bindi, proprio per il contributo che la sua candidatura può dare a questa prova democratica e alla sua scelta netta di non presentarla in chiave identitaria ma trasversale.

La terza regola, che è un po’ la somma delle prime due è che la concomitanza fra scelta del segretario e elezione dell’ assemblea costituente non si traduca in un’assunzione di una logica leaderistica: già eleggere un segretario e un vice segretario per un partito che ancora non c’è almeno nei fatti concreti, nella previsione di chi e quanti saranno gli iscritti, può favorire questo esito. Vorrei che almeno si abbia consapevolezza che il rinnovamento della cultura politica e dell’etica civile diffusa, di cui il PD deve essere segno,  non è possibile sul terreno delle derive leaderistiche che hanno segnato e segnano ancora questa stagione italiana e internazionale: che altro è sapere che le persone e le loro storie non sono una variabile indifferente nella vicenda politica,  che scegliere in chi riconoscersi non  è irrilevante ai fini delle nostre aspirazioni, altro è  favorire una personalizzazione della politica che diviene alternativa alla partecipazione democratica dei cittadini.

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