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Rubriche - Il posto delle nuvole

27 Luglio 2007
L’uomo del cielo azzurro - 5° episodio
di Talia

IL SORRISO


Quel giorno il tempo trascorso con la mamma, volò via più rapido di sempre. All’uomo del cielo azzurro sembrava di essere appena arrivato, quando un domestico bussò delicatamente alla porta del salottino dalle pareti verde acqua. Lì per lì, fu infastidito, poi guardando l’orologio si rese conto che mancava solo mezz’ora alla Riunione e lui ci teneva alla puntualità, se ne faceva vanto, amava giungere nei luoghi degli incontri un po' prima degli altri, prenderne possesso, guardarsi intorno, curare ogni particolare. Eh, sì, la vicinanza con la portinaia, quella abitudine acquisita da bambino, mettendosi sotto il tavolaccio della guardiola, a osservare dal basso in alto, a controllare piedi e gambe, ad ascoltare voci senza volto, in breve, l’attenzione al dettaglio, gli era tornata utile. Si alzò controvoglia, accucciarsi lo faceva sentire talmente bene: doveva essere continuamente all’altezza della situazione, ben piantato sui piedi, con il busto eretto, il volto rivolto verso l’alto, verso i cieli… Andò ad aprire la porta, il domestico, chiedendo scusa per averlo importunato, comunicò che lo desideravano al telefono. Reagì con una certa insofferenza, sottolineando che non voleva essere disturbato, ma il domestico, imbarazzato, gli disse che era l’amico dell’est a cercarlo. L’uomo del cielo azzurro gli strappò dalle mani il telefonino, gli disse che poteva andare, lo avrebbe chiamato lui per dire alle guardie del corpo di tenersi pronte. La madre, intanto, lo guardava con orgoglio: il suo ragazzo –  per ogni mamma il proprio cucciolo resta sempre un ragazzo - trattava a tu per tu con i grandi della terra, quel figlio in cui lei aveva sempre creduto.

Rispose al telefono con voce scoppiettante. La sua voce era sempre carica di energia, con i potenti della terra rincarava la dose. Il poco inglese che masticava, con un vocabolario ridotto all’osso, stimolava in lui un che di goliardico, accentuando quelle che nei luoghi del potere mondiale erano considerate – ne era convinto - le sue doti migliori: sfacciataggine, giocosità, irriverenza. Peggio per i suoi connazionali, piccoli provinciali che gli rinfacciavano di comportarsi come un macchietta, come la caricatura dei costumi patri, e ancora una volta i suoi detrattori non avevano capito niente.

L’uomo del cielo azzurro era un grande mercante, un piazzista dei più scaltri, offriva quello che capiva essere – prima ancora che gli altri se ne rendessero conto – la mercanzia giusta per ogni cliente. Non solo, la sua vera genialità era nel proporre addirittura ciò che il compratore desiderava, ma che non aveva il coraggio di chiedere, per paura dei moralisti, dei vecchi, usurati, polverosi, ammuffiti, codici di decenza. Era così che aveva sdoganato di tutto e di più, che aveva fatto emergere dal sommerso un folto gruppo di impresentabili. Neppure nei momenti di massimo delirio di onnipotenza aveva immaginato di riuscire, con tanta maestria, a ridisegnare il peggio dei caratteri nazionali. Da non credere il numero di donne e di uomini che chiedevano di partecipare al rutilante circo di periferia, ricoperto di luci al neon e di lustrini di quarto ordine che l’uomo del cielo azzurro aveva costruito e  che spacciava per merce di prima qualità. Lui aveva dato il là alla festa, ma certo in quanti lo avevano aiutato a mantenere in vita lo spettacolo.  Ed era in quei rarissimi momenti di consapevolezza dei guasti prodotti nel paese – rarissimi e di breve durata, visto anche il numero di servi devoti e adoranti - che lo prendeva un’insostenibile nostalgia per  la madre dei suoi figli più giovani, territorio perduto di amore e armonia. La realtà aveva superato la fantasia.

Lo stesso Grande Maestro che, più per curiosità e necessità, che per intima convinzione, lo aveva chiamato, per metterlo a conoscenza del suo Piano Numero 2 – indicato per brevità P2 – all’inizio non aveva scommesso fino in fondo sul quel imprenditore lombardo, pieno di inventiva, di amicizie e di protezioni importanti, ma pur sempre uno che aveva fatto i soldi come accaparratore di terreni, costruttore disinvolto, intermediatore. Indubbiamente si era inventato un caleidoscopio di forme e colori, un piccolo schermo magico, quando ancora il resto del paese faticava a dimenticare la propria abitudine a guardare il mondo in bianco e nero, in ciò dimostrandosi un vero visionario. Ma, insomma, in quel periodo il Grande Maestro non poteva fare tanto lo schifiltoso, doveva trovare l’uomo giusto per il suo grande Piano di Rinascita Democratica. E aveva fretta: gli avevano, sciaguratamente, messo tra i piedi una di quelle signorine, marchiate dal così detto cattolicesimo democratico – parole che il capo indiscusso del Piano Numero 2 pronunciava con disprezzo - tutte di un pezzo, decisa a fargli le pulci. Insopportabile donna di mezza età, che ostentava etica e coerenza, che credeva che avrebbe potuto scoprire qualcosa. Povera illusa, forte della sua fede nella democrazia… ma lui la stava ridisegnando la democrazia! Povera illusa, lei e i suoi ricordi di partigiana, il suo rispetto per lo Stato, per le Istituzioni… ma lui stava riorganizzando anche quelle! Povera illusa, non si era resa conto che le connivenze erano molto, molto più estese e che le alleanze a certi livelli non conoscono barriere ideologiche.

L’ometto del nord,  all’inizio, non conquistò il Grande Maestro, che dovette sforzarsi per dargli ascolto, per non deludere gli amici fidati che glielo avevano raccomandato. Quel piccolo imprenditore parlava troppo e a voce alta, sembrava soprattutto non possedere nessuna capacità di discrezione e la segretezza per il Grande Maestro era il principio di tutto il suo decennale operato.  Tuttavia andando avanti nel discorso, si scoprì a notare alcuni elementi caratteriali che glielo avvicinavano e si rese conto che, oltre le parole, c’erano nell’altro una notevole capacità di omertà, una difesa agguerrita dei sodali . Dovette alla fine ricredersi, erano molto più simili di quanto egli pensasse: entrambi avevano una insofferenza innata per le regole, non sopportando di essere intralciati nei loto progetti, entrambi una grande dimestichezza con  l’immondizia e con il riciclaggio. Non si sa da quale esperienza dell’infanzia, o da quale imprinting, nascesse tale consuetudine nel Grande Maestro,  lui non era tipo di parlare di sé. L’uomo del cielo azzurro, invece, andava raccontando a tutti la sua storia esemplare – edulcorata da ciò che era sconfinato nell’illecito o semplicemente nel poco chiaro - e, pertanto, si sapeva che la consuetudine con l’immondizia e con il riciclaggio era nata nella sua  giovinezza. Aveva dovuto attraversare i campi incolti intorno alla sua periferia per raggiungere il centro e i quartieri alti, e nell’attraversamento si era imbattuto nei rifiuti. Aveva sopportato l’ardua prova, uscendone vincitore, lui, proprio lui, abituato  a indossare abiti perfetti, stirati da sapienti mani, a vivere in luoghi immacolati, amante di creme, shampoo, bagno schiuma.  Appena divenne capo indiscusso e finalmente per parlare al suo pubblico, accantonando la cassetta della frutta degli esordi, ebbe per piedistallo la grande, azzurra, suntuosa pedana, regalò ai suoi discepoli un kit per l’igiene della bocca, dava così tanto valore al sorriso: dentifricio, spazzolino, filo interdentario, collutorio alla menta.  

Nel frattempo, il Grande Progettista del Piano di Rinascita Democratica, aveva dovuto ritardare la discesa in campo dell’uomo del cielo azzurro, essendo stato costretto dalle circostanze a  contrastare la donna veneta in modo soft, da quando degli idioti sfuggiti al controllo, avevano fatto di testa loro: la balia – così la chiamavano nell’entourage della P2 - aveva scoperto casualmente nella casa della sorella, confinante con la sua, nel giardino dove solitamente giocavano i nipotini, dell’esplosivo. Gli artificieri accorsi sul posto, disinnescarono l’ordigno, pochi minuti ancora e sarebbe stato troppo tardi e così fu evitata una tragedia: i bambini, ignari, stavano giocando rincorrendo il cane.  Fortunatamente, all’epoca, amici e sodali erano numerosi, collocati nei luoghi più vari  e di potere, e  così  quella brutta vicenda ebbe poco o niente risalto nella cronaca.

           

La chiacchierata iniziò con toni amichevoli, scambi di informazioni sulle famiglie, sulla salute. L’uomo del cielo azzurro, poi, fece alcuni tentativi per affrontare temi di politica internazionale. Ma l’altro sorvolò e si affrettò a chiedere consigli su come riorganizzare il grande giardino della nuova villa che si stava costruendo in campagna. Disse che aveva poco tempo, che era in compagnia del suo giardiniere di fiducia, ma che questi non gli sembrava all’altezza del progetto e pertanto aveva sentito la necessita di confrontarsi con il caro amico del paese del sole e delle serenate. E per un attimo la voce divenne meno dura, riandando con la memoria a certe serate all’aperto, con vino e cibo buono, belle fanciulle, chitarre e mandolini. E nel suo paese, invece, faceva sempre tanto freddo e l’allegria era merce rara. L’uomo del cielo azzurro fu  felice di tanta dimostrazione di stima e, sollecito, rispose con competenza, benché un po’ in cuor suo ci rimase male: era esperto di piante, sicuramente, eccelso a organizzare spettacoli di vario genere, tuttavia avrebbe voluto discutere anche di alta politica. Ma parlando, infervorandosi nel dare pareri, non ci pensò più, del resto gli veniva naturale accantonare tutto ciò che in qualche modo lo sminuiva.

Dopo aver riattaccato, ritornando dalla mamma per un ultimo momento di intimità, le disse che all’estero tutti lo rimpiangevano e ancora lo cercavano per farsi consigliare, sorvolando sulle piante, e le si confidò: non riusciva a liberarsi dall’incantamento dal quale sempre era preso ascoltando l’uomo dell’est, il mago del riciclaggio, pochissimi sarebbero stati alla sua altezza. Aveva attraversato il sottosuolo del potere della dittatura, senza lasciarsi contaminare, uscendo alla scoperto si era ripulito talmente bene, da farsi accettare a livello planetario. Ripulito, sì, ma - veramente miracoloso – non per questo abbandonando, nel governare, la logica del doppiogiochista, appresa sul campo di lavoro, ai tempi bui della sua giovinezza, quando faceva parte del grande orecchio e occhio che tutto controllava, oltre la cortina di ferro. Freddo, calcolatore e spietato. Spietatezza e crudeltà delle quali l’uomo del cielo azzurro non sarebbe mai stato capace. Era troppo sentimentale: poteva essere determinato a sconfiggere gli avversari, nuocere a carriere e professioni, cacciare dai suoi caleidoscopi piccoli e grandi guastafeste, ma mai avrebbe praticato la violenza. Si commosse pensando alla sua bontà, trovando subito complicità nella madre. Lei lo conosceva bene, fin da bambino era sorridente e amato da tutti. E il figlio, con un moto spontaneo del cuore, non poté trattenersi dal chiederle di raccontargli, ancora una volta, come lei solo sapeva raccontare, con la voce complice e gli sguardi di ammirazione, che solo una mamma può avere, la storia del piccolo miracolo della sua nascita.

E guardandolo con tenerezza, la madre cominciò a ricordare: “Ah, quel tuo sorriso, quel tuo sorriso! Quando venisti al mondo non hai pianto come tutti, sei rimasto qualche secondo in silenzio e io, dopo un attimo quanto umano di trepidazione, il dottore intanto ti aveva messo accanto a me, temeva per la tua sorte, eri anche tutto paonazzo, guardandoti notai che stavi facendo una smorfia. Era la tua una piccola smorfia che poteva far pensare a un ghigno. Ma non lo pensai io che d’impeto urlai, e aveva il mio grido la forza di quello che avresti dovuto emettere tu nascendo: ha sorriso, il mio piccolo la sbeffeggia la vita! Sorride! Piccolo meraviglioso, impunito. Infine, anche tu, smettendo di sorridere, mi regalasti un gorgheggio da usignolo. Quando il ginecologo, un vecchio medico che dicevano fosse amante del bel canto, mi suggerì di fare degli ulteriori accertamenti, paventando nel ritardo del pianto una qualche conseguenza negativa, mi offesi: mio figlio! Ma quale deficienza. Sarà lei deficiente. Lei è un invidioso, perché sua moglie non ha partorito nulla di bello. Forse è anche sterile.” E, la madre, concluse di slancio: “Hai preso tutto da me, chi non la pensa come noi è un guastafeste! Invidioso e, ricordati piccolo mio, anche un po’ iettatore.



Ci rivedremo a settembre.
Talia va in ferie: ha visto troppo, ha gli occhi stanchi.
E poi: chi l'ascolta?
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