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Rubriche - Hanno scritto

1 Agosto 2007
L'Apartheid delle donne
E allora la priorità è tornare ad esserci. E’ interrogare senza sosta la politica. E’ creare una nuova cultura. E’ ottenere che nelle scuole si parli del tema dei mondi a parte, dell’Apartheid in cui le donne del nostro Paese sono costrette.
di Roberta Zampa

Ed eccola qui la fotografia delle donne in Italia: il nostro Paese è al 77° (settantasettesimo) posto nel mondo, dopo Zimbawe, Mexico, Honduras, Kenya, Malaysia e Malta. Lo dice una classifica del World Economic Forum del 2006.
In
pratica nel nostro Paese ci sono meno donne che occupano posizioni di comando in Politica, nell’Amministrazione dello Stato, nella Giustizia, in Sanità, nell’Economia, nei Giornali e nelle Televisioni rispetto a paesi quali Zimbawe, Mexico, Honduras, Kenya, Malaysia e Malta.
Lo riscrivo per ripeterlo a me stessa. Con tutto il rispetto per questi paesi, ma proprio non mi par possibile. Eppure devo crederci, lo sostiene Riccardo Iacona con tanto di fonte alla mano.

E’ la sera di martedì 31 luglio e sto seguendo in tv una puntata di W l’Italia intitolata Apartheid. E’ una bella trasmissione e inoltre stasera è dedicata al tema della violenza sulle donne, in un primo tempo avevo pensato al problema razziale…ma non ero poi tanto lontana dal vero.

La puntata si concentra molto, e a ragione, sul problema della violenza e del lavoro svolto dai centri di assistenza e aiuto alle donne violentate, picchiate, perseguitate da padri, mariti e fidanzati. Il più delle volte succede in famiglia, e che famiglie! Mica solo e non più spesso in quelle famiglie delle periferie delle nostre città. No no, sono quelle belle famiglie del ceto medio - alto. Forse per questo, spesso, le forze dell’ordine non ci possono credere che sia stato l’illustre professionista a ridurre la propria compagna, davanti ai propri figli, ad una maschera del teatro greco, tutta slabbrata e macilenta. Ma tutto fa famiglia, anche le botte e gli insulti.

E me ne sto lì, attaccata al mio divano, con il cuscino che sale sempre più su, come a coprirmi il viso e le orecchie. Sono stata una femminista, una ragazzina femminista. Iscritta all’UDI quando frequentavo il Liceo. Poi col tempo mi sono rilassata. Vivo in una regione dove mi è stato possibile studiare, lavorare, crescere i miei figli e così per pigrizia ho cominciato a pensare che, in fondo, le donne hanno raggiunto traguardi importanti, che tutto sommato la militanza poteva lasciare il passo all’impegno sociale, civile e politico. Senza genere. Pur consapevole che rimanevano tante cose da fare per le donne, le quote rosa non mi interessavano. Ho cambiato idea già da un po’ e ora ne sento l’urgenza.

Le quote sono una strada obbligata anche per quelle che come me pensavano che non fossero giuste, anche un po’ umilianti. E l’errore più grande è stato quello di smettere la militanza di genere e il momento sembra non essere ancora arrivato.

La trasmissione passa al tema della politica, delle risposte della politica. Ci vorrebbero più risorse per trasformare i servizi di assistenza alle donne in un coordinamento nazionale. Ma chi decide dove vanno impiegati i soldi dello Stato? Gli uomini del potere politico. E le donne? Si occupano del welfare, hanno ministeri senza portafoglio, possono chiedere con tutta la forza, come sta facendo la Ministra Pollastrini che in trasmissione mostrava tutta la sua partecipazione e la sua volontà di dare le risposte alle tante domande delle donne, ma poi le priorità le decide un uomo.

E allora la priorità è tornare ad esserci. E’ interrogare senza sosta la politica. E’ creare una nuova cultura. E’ ottenere che nelle scuole si parli del tema dei mondi a parte, dell’Apartheid in cui le donne del nostro Paese sono costrette. Abbiamo bisogno di scuotere le coscienze delle donne sedute sui divani, perché parlino con i loro figli, con i loro uomini, con le vicine di casa. Perché si torni a fare rete con le colleghe, non per la corsa al potere, non per diventare uomini di potere, ma donne con potere economico e decisionale, con potere politico, nel senso più alto e vero della politica, quello del servizio al proprio Paese.

Siamo la maggioranza e il nostro Paese ha bisogno di noi. La costituzione del Partito Democratico è un’occasione importante per tutte noi. Dobbiamo esserci e contarci e sceglierci nelle liste. La politica possiamo essere noi se sapremo trovare la forza e il coraggio di superare le differenze, di guardare le cose come sono davvero, di metterci in gioco.

La trasmissione è ai titoli di coda e mi sento scossa profondamente.

La sera prima festeggiavo con le amiche la nascita del gruppo delle Democratiche di Bologna annunciato in città con una conferenza stampa. Mi sentivo allegra. Ma è stasera che le parole di Tina Anselmi mi si stampano bene nella memoria: “Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci”.

 

Roberta Zampa

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