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PD News

20 Ottobre 2006
Sul Partito Democratico

di Antonio La Forgia,
On. La Forgia, dopo Orvieto, per il Partito Democratico non si parla più del “se”, ma del “come”. E allora: come?

Davvero sembra che il dibattito riguardi ormai la via verso la costituzione del PD. E però non si può tacere la sensazione che sull’entusiasmo e sullo slancio verso un grande progetto prevalga la presa d’atto ­ talora sconsolata ­ di un processo non più reversibile.

 

Rassegnati all’irreversibilità?

Direi che l’esperienza dell’Ulivo, in questi undici anni, tra successi e “gelate”, ha assorbito in sé gli spiriti vitali dei partiti che gli hanno dato vita: in questo senso indietro non si può tornare, l’irreversibilità è un fatto!

Ma, naturalmente, questo non basta, non basta l’obbligo a procedere per fare un partito nuovo. Per fare un partito nuovo occorre sentire il fascino dell’innovazione ad anche l’urgenza di una innovazione radicale che segni sia la relazione del partito con la società, sia il suo progetto politico.

Sul primo tema ­ quale relazione con la cittadinanza attiva ­ fortunatamente ad Orvieto è stato detto molto ed io trovo assolutamente convincente la relazione proposta da Vassallo. Naturalmente Vassallo ha badato all’essenziale, non ha svolto tutta intera l’esplorazione di un modello di partito ma ha indicato esplicitamente le caratteristiche che  potrebbero fare del Partito Democratico un partito veramente nuovo ed effettivamente aperto a corrispondere alla domanda di cittadinanza attiva e di partecipazione politica che è presente e insoddisfatta nel paese.

 

Ma D’Alema ­ e non solo lui ­ non è sembrato molto d’accordo con Vassallo.

Anche qui andiamo all’essenziale. Come tante volte ci ha spiegato Parisi, la discussione sul primato dell’organizzazione e degli stati maggiori ovvero dei processi sociali e diffusi è una discussione ricorrente nel campo democratico e dei movimenti che si propongono di trasformare l’esistente.

Per stare alla cultura politica nella quale mi sono formato, è il contrasto che oppose Lenin a Rosa Luxemburg.

E tuttavia a me pare che questo contrasto possa ormai essere consegnato al passato: nei primi trent’anni di vita repubblicana i grandi partiti di massa hanno esercitato una straordinaria pedagogia democratica e civile ed hanno compiuto la propria missione : hanno generato una cittadinanza attiva la cui ampiezza è assai maggiore dell’insediamento che i partiti tradizionali abbiano oggi o abbiano mai avuto nel nostro passato.

Bisogna prendere atto che questi cittadini attivi pretendono di essere trattati come tali, non possono essere reclutati nei reparti di un esercito il cui stato maggiore sia irraggiungibile! Dire questo non significa negare l’esigenza della organizzazione, significa solo affermare che risultano accettabili solo forme organizzative autenticamente trasparenti e democratiche.

Per questo mi preoccupo molto quando sento teorizzare che i voti, quindi anche le tessere, si pesano e non si contano e così via.

E invece lei è d’accordo su “una testa, un voto”?

Certamente si.

 

A proposito di tessere, il problema grave è scoppiato in questi giorni nella Margherita.

Temo proprio di sì, che la questione sia davvero seria e grave, e temo anche che la patologia non riguardi solo Margherita ed anzi abbia un carattere endemico. D’altra parte, se i nostri partiti vivono entro una foma organizzativa che sopravvive al suo tempo ed alla sua ragion d’essere, è quasi inevitabile che le persone in carne ed ossa, le teste, svaniscano sullo sfondo ed il loro posto sia preso dalle “tessere”; è quasi inevitabile che i cittadini attivi si tengano lontani e che il loro posto possa essere preso da  cordate di “clientes” di capi locali. Sono fenomeni degenerativi ma probabilmente più che ad una patologia facilmente circoscrivibile ed espungibile siamo davanti ad un fenomeno fisiologico.

 

La volontà di partecipare è presente e manifesta anche in tutte le varie realtà associative che si sono via via costituite per l’Ulivo e per il Partito Democratico e che vogliono ovviamente partecipare a pieno titolo all’impresa…

Quelle Associazioni rappresentano sicuramente una spinta utile, senza di essa i rischi di quella “fusione fredda” tra Ds e Margherita e Repubblicani Europei sarebbero prevalenti. Sono però convinto che la forza viva che può davvero spingere al successo la costruzione del PD è quella degli elettori.

 

Quindi le primarie. Ad ogni livello?

Sì, le primarie ad ogni livello…Con i soli limiti ed attenzioni di cui ha parlato proprio Salvatore Vassallo ad Orvieto. Anzi mi piacerebbe cominciare ad immaginare primarie che abbiano ad oggetto non solo la selezione del personale politico ma anche temi sufficientemente istruiti da poter essere sottoposti anche a consultazioni dirette degli elettori.

 

Qualcuno, proprio negli ultimi giorni, comincia a riaffacciare l’ipotesi di arrivare al PD passando prima per una federazione. Le sembra un percorso accettabile?

Francamente, più che un passaggio intermedio mi sembrerebbe una battuta d’arresto; come a dire: giacché non è possibile tornare indietro almeno fermiamoci!

 

Ma è davvero così urgente fare il Partito Democratico?

Se lo si pensa in termini di razionalizzazione e semplificazione  del sistema politico, se si pensa alla nascita del PD come alla presa d’atto che sono esaurite le ragioni che hanno tenute divise in Italia le diverse forze che possiamo chiamare riformiste, l’urgenza è senz’altro controllabile e la pulsione alla costruzione del PD è fredda e razionale piuttosto che espressione di uno  slancio di passione politica. Certamente ­  questo è del tutto ovvio ­ dobbiamo finalmente prendere atto che le ragioni delle divisioni fra noi appartengono al passato. Insomma sono concluse. Ma soprattutto dobbiamo prendere atto che abbiamo bisogno, per affrontare le sfide del futuro,  di mettere alla prova la fecondità del confronto, della contaminazione. Ogni tanto qualcuno si interroga se una tale contaminazione sia davvero possibile e possa davvero essere feconda e produttiva. Troppo forti e consolidate sarebbero le diverse culture, i diversi riformismi, così da poter convergere in un programma di governo ma da dover restare distinte.
Io francamente ho la preoccupazione opposta. Non vedo un ingorgo riformistico, presente nella nostra discussione. Vedo piuttosto un’aria rarefatta, una difficoltà a produrre quella innovazione radicale delle politiche, quella innovazione radicale nelle relazioni fra la politica e la società di cui ci sarebbe veramente bisogno. Il Partito Democratico questo dovrebbe fare! Dovrebbe  liberare le nostre tradizionali culture e metterle alla prova di un’analisi della realtà e di una proposta politica che si misurino con l’epoca nuova in cui viviamo. Da questo punto di vista ­ per essere ancora più chiaro ­ la carta di identità politica del PD  non mi proporrei di scriverla indicando le scelte su cui ci uniamo. Temo che se volessimo compiere questo sforzo nell’arco dei prossimi mesi probabilmente arriveremmo a risultati non soddisfacenti. Troverei molto più interessante, molto più coerente con la missione che attribuisco al PD PD che noi scrivessimo la nostra identità politica formulando le domande che ci uniscono, indicando esplicitamente i problemi cui intendiamo dare risposta.

Le domande e non le risposte!

Per costruire le risposte abbiamo bisogno del Partito Democratico. Anzi, il PD è precisamente lo strumento indispensabile ad elaborare quelle risposte.
Se la cosa la si vede così, allora le ragioni dell’urgenza diventano assolutamente evidenti e stringenti.

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