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12 Settembre 2007
"Il welfare e le donne: dal macro al micro"
Consegno al sito de “le Democratiche” queste mie riflessioni (forse un po’ disordinate e troppo lunghe). Mi piacerebbe discuterne. - Flavia Franzoni
di Flavia Franzoni

La settimana scorsa, partecipando ad un incontro su “La marginalità interroga la politica” alla Casa della carità Angelo Abriani di Milano ho avuto occasione di ripetere alcune riflessioni che da tempo vado facendo quando mi invitano a parlare di politiche e servizi sociali, di sanità, di scuola, insomma di welfare. Una parola ormai appesantita di tanti significati e di tante controversie (anche recenti).

E infatti alcune delle mie parole sono state, per altro correttamente, riprese dai giornali del giorno successivo.

Nulla di nuovo rispetto a quanto più volte illustrato in tante conferenze e tavole rotonde organizzate da  gruppi culturali e politici che volevano interpretare e spiegare il sistema di protezione e di promozione sociale del nostro Paese e più in generale a capire quale tipo di “benessere”(welfare appunto) la cultura e le politiche riformiste  hanno realizzato o stanno cercando di realizzare.

L’incontro con tanti operatori ed amministratori locali  mi ha fatto via via convincere che il welfare e soprattutto quel pezzo di welfare costituito dai servizi alle persone, è stato il campo in cui si sono anticipati alcuni processi oggi considerati come fondativi del Partito Democratico.

Chi ha operato nelle Amministrazioni locali, ma anche chi si è impegnato a livello nazionale durante gli anni ’90 per la approvazione della legge 328, non ha fatto altro che “mettere insieme”i  vari riformismi italiani, ha costruito un pezzo di ulivo o come possiamo dire oggi dì Partito democratico.

Ha dimostrato che si possono amalgamare davvero le diverse ispirazioni ideali del riformismo italiano in una cultura nuova. E ciò ha portato le istituzioni pubbliche ad offrire ai cittadini buoni servizi, non nascondendoci tuttavia che le realizzazioni sono molto diverse da zona e zona del paese (e in alcune zone sono carenti, tanto da  originare anche segnali di allarme sociale).

Mi pare perciò utile e corretto sviluppare in questa sede, un po’ più approfonditamente quanto detto l’altra sera, per dare un piccolo contributo all’iniziativa de “le democratiche”, promossa per elaborare insieme la nostra idea di partito democratico.

Do una spiegazione un po’ didattica di queste mie convinzioni quasi ricorrendo ai miei appunti di lezione.

Un welfare municipale e comunitario
La formuletta “welfare municipale e comunitario”, utilizzato tra l’altro in molti titoli di  convegni e conferenze, sintetizza bene il modello fatto proprio dalla tanto attesa legge 328 del 2000, “Istituzione di un sistema di servizi ed interventi sociali integrato”,  che recependo le esperienze ormai trentennali di alcune Regioni più innovative, interveniva finalmente, dopo più di 100 anni dalla legge Crispi per una risistematizzazione complessiva del settore dei servizi e degli interventi sociali.

L’espressione”welfare municipale” dice con semplicità che il Comune, proprio come l’istituzione pubblica più vicina al cittadino e quindi più capace di altre di comprenderne i bisogni veri, è il suo interlocutore principale in materia di servizi alla persone, a cui deve garantire, sulla base delle sue competenze, i diritti di cittadinanza.

L’espressione “welfare comunitario” interpreta invece una progressiva trasformazione dell’intervento sociale che ha come elementi caratterizzanti non soltanto il coinvolgimento del terzo settore (volontariato, cooperative sociali, associazionismo di promozione sociale, fondazioni, etc.) nella programmazione e nella gestione dei servizi, ma anche l’attivazione delle sinergie di cui è capace l’intera comunità a partire dalle reti sociali informali che la costituiscono.

L’Ente locale non può cioè permettersi di essere una sorta di “distributore automatico” di servizi, e non soltanto perchè ha bisogno di risorse aggiuntive, ma perché fa fatica a cogliere e  a rispondere a bisogni sempre più complessi e crescenti e a mettere a punto da solo interventi veramente personalizzati.

I servizi dovrebbero perciò potersi calare all’interno della rete di relazioni di aiuto già esistenti promosse da associazioni, anche piccolissime, polisportive, parrocchie, ma anche vicinato ed amicizie.

Faccio un esempio.

I servizi domiciliari del Comune o dell’Asl (sia gestititi direttamente sia quelli affidati ad altre organizzazioni del privato non profit) che assistono una persona disabile con problemi psichiatrici attraverso le prestazioni di operatori professionisti ben difficilmente possono rispondere a tutti i suoi problemi e creargli un contesto di vita normale se, intorno a quella persona, non si attiva una sinergia con altre risorse: volontari della parrocchia che danno una mano alla famiglia che lo accoglie, una polisportiva che organizza qualche attività di cui possa fruire, ma anche vicini di casa che danno una mano, i negozianti del quartiere che sanno relazionarsi con una persona in difficoltà e capire i suoi comportamenti, una panchina sotto casa su cui scambiare quattro chiacchiere con qualche anziano…insomma una comunità che possiamo definire “competente”.

Una idea di sussidiarietà
Dunque pubblico e privato insieme in un rapporto di sussidiarietà che non si preoccupa di definire precedenze astratte, una sorta di difesa delle attività del privato, ma che permette a ciascuno di fare quello che sa far meglio.

Un modello cioè in cui lo stesso welfare comunitario esige molto dal pubblico non soltanto perchè chiede ad esso la messa in campo di azioni per promuovere la nascita e il sostegno di nuove iniziative del terzo settore, ma perché chiede di promuovere e di “far manutenzione” di tutti quei legami, quelle relazioni tra le persone che costituiscono la comunità. Sono infatti  le politiche urbanistiche, le politiche dei trasporti, le attività  culturali o sportive e anche le politiche per garantire la sicurezza che devono creare luoghi e occasioni per incontrarsi. Chiede  una organizzazione sociale che tra l’altro genera fiducia, la merce più rara nelle città di oggi.

La parola socialdemocrazia
Illustrando agli studenti gli elementi costitutivi di questo complesso sistema, ribadisco sempre che la realizzazione dello stato sociale (welfare state) ebbe i suoi migliori esempi nelle socialdemocrazie del nord Europa. E come alcuni elementi di quei modelli siano importantissimi ancora oggi, là dove si riconosce il ruolo delle pubbliche istituzioni nel costruire il benessere dei cittadini.

La nostra sanità pubblica, ad esempio, pur con i difetti e gli squilibri territoriali che conosciamo e che vanno corretti, è in grado di offrire buoni servizi senza troppe discriminazioni, come invece avviene nei paesi dove ci si affida al mercato  e alle assicurazioni private. Infatti, come ha ancora una volta evidenziato il recentissimo Libro verde sulla spesa pubblica . Spendere meglio: alcune prime indicazioni (Ministero dell’economia e delle finanze , 6 settembre 2007), pur spendendo (8,9 del PIL), un po’ meno degli altri paesi Ocse (e meno ancora se alla spesa sanitaria pubblica sommiamo la spesa privata) il nostro Servizio Sanitario Nazionale è giudicato dall’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e da altri centri di ricerca nelle prime posizioni nelle classificherei migliori sistemi sanitari Anche se sappiamo che su questo dato intervengono anche altre variabili come gli stili di vita e le condizioni ambientali  dipenderà pure dal sistema dei servizi sanitari  se abbiamo una speranza di vita  così alta! Senza la sanità pubblica quante famiglie anche del ceto medio farebbero fatica a pagare una polizza che copra tutti gli eventi patologici e si impoverirebbero se dovessero affrontare, come spesso accade, le spese per acquistare i servizi sul mercato. Eppure c’è chi ritiene che il mercato possa risolvere tutti i problemi. 

Ho utilizzato molto anch’io, sempre con i miei studenti, i libri di Antony Giddens per capire le evoluzioni possibili delle socialdemocrazie e dei riformismi e più in specifico del modello sociale europeo. E come tutto questo abbia innanzitutto bisogno di una crescita economica equilibrata, cioè in grado di generare anche risorse per il welfare, e perciò di una economia di mercato funzionante. E conosco il dibattito in corso in cui però non ho le competenze per entrare.

Il timore, confortato da evidenze, è che si tradisca l’obiettivo su cui si fondano i sistemi di welfare europei  che è ancora quello (pur in diverse forme) di garantire maggior giustizia sociale e quel tanto di benessere a ciascuno che lo faccia sentir parte della società in cui vive.

L’obiettivo della inclusione sociale richiede tra l’altro un monitoraggio costante sulle azioni di politica sociale, proprio per evitare che modificazioni apparentemente tecniche finalizzate all’efficienza, allontanino l’obiettivo e creino barriere e separatezze o portino ad accettare ineguaglianze sempre maggiori e povertà.

Il  settimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia, redatto dalla Caritas e dalla Fondazione Zancan, è significativamente titolato “Rassegnarsi alla povertà?” a segnalare il dubbio che”la povertà venga considerata fatalisticamente -ecco la rassegnazione- come una componente naturale della sviluppo economico, che lo Stato dovrebbe limitarsi ad arginare impedendo che divenga esplosiva. Ma senza illudersi di poterla eliminare,oppure ritenerla un fenomeno da affidare agli interventi volontaristici e umanitari che lo stato dovrebbe incoraggiare e promuovere”.  

Ecco perché non mi piace che si “ ironizzi” sulla parola socialdemocrazia, soprattutto quando si parla alle giovani generazioni a cui vogliamo far capire che è possibile un modello di vita un po’ più generoso di quello che ci propone la destra e che lo Stato garantisce i nostri diritti ed è qualche cosa che ci appartiene.

Il contributo del cattolicesimo sociale
Questi elementi di “socialdemocrazia”si sono però  impastati con l’esperienza e i valori del cattolicesimo sociale.

Parole come “persona” e “comunità” vengono da questa cultura. Nelle biblioteche di tutte le scuole per assistenti sociali in cui ho insegnato  sono rintracciabili, sebbene un po’ impolverati, i libri del filosofo cattolico  Emmanuel Mounier come “Rivoluzione personalistica e comunitaria”. Una citazione storica per dire che è un percorso che comincia da lontano, che fu ripreso nel tempo dai tanti gruppi impegnati nel volontariato prima, poi nelle nuove forme assunte dal  nel terzo settore fino ad entrare come ingredienti importanti nella idea di economia civile.

Dobbiamo infatti riconoscere che la stessa formuletta di “welfare municipale e comunitario” già  comparsa in tanti documenti del terzo settore fu fatta propria dal primo “Patto di solidarietà” tra Governo e terzo settore siglato nel 1998. E sono contenuti ben presenti nei documenti conciliari e nelle Encicliche sociali.

Il cattolicesimo sociale ha dato dunque un contributo importante alla costruzione del welfare che da un lato lo aiuta a sfuggire alle derive individualistiche delle trasformazioni delle socialdemocrazie e dall’altro a  rifiutare un modello di  “welfare compassionevole” che si limita a intervenire soltanto quando famiglia e mercato non ce la fanno più da soli, come accade ad esempio negli Stati Uniti.

Ecco come il confluire di storie lunghe e nobili in una  idea nuova di welfare consente di non aver sospetti sulle parole, ne sulla parola socialdemocrazia, ne sulla parola  comunità che richiama idee come quelle di reciprocità, di cooperazione,  di radicamento al proprio territorio

Ma quello che dobbiamo dimostrare è che tutto questo non contrasta con la parola “mitica” di questi tempi, cioè ”innovazione”.

“Non siamo nostalgici”
Certo tutto questo, in una società sempre più mobile e che deve fare i conti con la globalizzazione delle economie e perciò capace di generare nuove conoscenze ed energie imprenditoriali, può rischiare di farci diventare o di farci giudicare conservatori e nostalgici.

Per approfondire questo tema occorrerebbe un approfondimento ulteriore e ben più ampio. Mi limito perciò ad indicare soltanto alcuni temi che permettono di ragionare su come una società più equa e capace di esser attenta al bene comune sappia essere anche una società più efficiente.

C’è il grande tema del “capitale sociale” che certamente è stato un fertilizzante in tanti contesti produttivi italiani, le cui componenti sono proprio quell’insieme di relazioni e di azioni di protezione e di promozione sociale a cui ci si riferisce quando si parla di welfare.

So anche bene che la preoccupazione per le famiglie  è quella di poter fare serenamente la spesa e che ciò richiede reddito sufficiente ma anche prezzi certi e giusti.   Per questo il cittadino consumatore è  diventato un interlocutore importante per la politica. Le liberalizzazioni vogliono proprio garantirgli prezzi che nascono dal sano gioco del mercato e non dagli accordi degli oligopoli piccoli o grandi che siano .Ma il  cittadino che vuole trovare facilmente un taxi, che vuole prezzi della benzina non gonfiati, tariffe telefoniche trasparenti, prezzi degli alimentari non erratici è lo stesso cittadino che vorrebbe il nido per il proprio figlio, che vuole essere aiutato quando i genitori invecchiano e la loro non autosufficienza crea costi tali da rendere più povera l’intera famiglia, che vuole essere curato quando è ammalato, che vuole scuole buone e vicino a casa per i propri figli, che vuole essere aiutato quando ha bisogno, e  che vuole anche strade ben asfaltate, monumenti  ben restaurati, etc. etc, etc. Problemi rispetto ai quali, tra l’altro, le aspettative dei cittadini sono aumentate.

La sfida è  di saper guardare al mondo e alle innovazioni non perdendo quelle radici che ti sostengono nei momenti più delicati. E che ti danno sicurezze. 

Cogliere le nuove emergenze sociali
E’ evidente che anche  le politiche e gli interventi sociali  di fronte a sempre nuove emergenze hanno bisogno di innovazione.

Mi limito ad alcune “citazioni”, un po’ casuali,  che in qualche modo segnalano le trasformazioni delle problematiche sociali, fra quelle che ogni giorno attraggono l’attenzione dei mass media.

C’è il grande tema della precarietà del lavoro (quella non eliminabile) che richiede nuovi strumenti di tutela. E il tema dell’immigrazione che deve far conto con scuola, lavoro, casa.

Ma dobbiamo concentrare la nostra sensibilità politica anche su aspetti apparentemente di nicchia.

La presenza delle “badanti” o, come si meglio dice per riconoscere il loro prezioso lavoro, delle “assistenti familiari”,  richiede ad esempio l’azione incrociata delle politiche per l’immigrazione (permessi, regolarizzazione del lavoro, etc) e delle politiche per gli anziani (sostegno alle famiglie che si prendono cura dei propri anziani, modulazione dei sostegni economici ai non autosufficienti, etc) richiede nuove modalità di lavoro sia al pubblico che al privato, che tutelino insieme i diritti dei lavoratori e la debolezza delle famiglie che hanno bisogno del loro lavoro.

Poi ci sono  problemi di minore dimensione, ma particolarmente difficili (che richiedono agli operatori e agli amministratori  preparazione  e  risolutezza nell’azione) come quello  dell’integrazione sociale dei rom. Un problema   affrontabile soltanto con microsperimentazioni che consentano di procedere per gradi, per gruppi, laddove l’integrazione è possibile (e ci sono rom che lavorano…) per essere poi severi con chi delinque. Una sfida complessa, ma inevitabile. Non si può separare la parola sicurezza dalla parola accoglienza: proprio per ridurre i problemi della sicurezza è necessario risolvere contemporaneamente i problemi dei tantissimi che, pur mantenendo le loro tradizioni, hanno la volontà di inserirsi. Le organizzazioni e gli operatori che  si impegnano davvero nell’inserimento  sanno meglio di altri  anche essere duri con chi tradisce.

Sono problemi apparentemente “minori” in cui si annidano grandi  sofferenze, ma che diventano dirompenti per l’intera comunità, che rischia di chiudersi e di escludere, e di non riuscire più a far suo neppure quel disagio che ha sempre inglobato e aiutato.

Tutto questo per dire che la ricerca di risposte efficaci a tutti questi e a tanti altri problemi ha a che fare   con  quello che sarà la società italiana ed europea tra vent’anni (come è stata per l’immigrazione da nord a sud nel dopoguerra). Sarà una società necessariamente diversa, ma dobbiamo pensare che sia possibile lavorare perché sia una società in cui si viva bene. L’allarmismo lasciato a se stesso impedisce di pensare che la società sarà diversa e nega la speranza di poter fare qualche cosa.

Questi sono alcuni dei contributi che “il mondo del sociale” vorrebbe dare al Partito democratico.

L’esperienza di chi ha lavorato tanti anni in questi settori consente  una conoscenza profonda dei meccanismi di esclusione e dell’evoluzione dei problemi delle persone, problemi che sono molto diversificati e che perciò richiedono interventi non generalizzabili, capaci di mettere insieme visioni e interventi macro (ai quali troppo spesso si limitano gli economisti e i giuristi) a somme di progetti micro, che richiedono prove e riprove.

E credo che  un partito che difende le conquiste del welfare in questa prospettiva di disponibilità al cambiamento, ma con l’ancoraggio fermo agli obiettivi fondanti che riguardano una maggior giustizia sociale non sia un partito conservatore.

“Imposte” non è una parolaccia
E’ avendo presente questi ragionamenti e la necessità di risorse per la più bistrattata delle voci di spesa che è la spesa sociale,  che l’altra sera mi è venuto da  osservare come il linguaggio utilizzato nel dibattito sulla necessità innegabile di rivedere e di  ricalibrare il nostro sistema fiscale rischi di far diventare la parola imposte o meglio quella scorrettamente usata di tasse, una parolaccia.

E la preoccupazione prima è che questo legittimi gli evasori.

Mi piacerebbe che questo tema fosse trattato in una sede”pre-politica”  che consentisse confronti sereni e  nella consapevolezza che su di esso emergono probabilmente diverse sfaccettature dell’idea che ciascuno di noi (pur senza essere esperti politologi) ha di Stato e di contratto sociale,  per poi arrivare alle necessarie mediazioni richieste dalla politica e dalla compatibiltà  delle scelte con le esigenze di una economia sempre più globalizzata.

“Bisognerebbe pagare le tasse perché utili. La morale non c’entra” è stato  affermato in questi giorni.

E’ vero che le tasse devono essere utili e cioè che i soldi pubblici devono essere spesi bene, ma è profondamente diseducativo far passare l’idea che lo Stato tda poco per definizione.

Faccio ancora una volta un piccolissimo esempio, forse irrilevante rispetto all’ampiezza del problema, ma che mi serve per una riflessione..

 Lavorando ad alcuni programmi di “educazione civica” (il termine non mi piace ma è l’unico che è comparso nei programmi scolastici) abbiamo somministrato agli studenti un questionario per verificare se hanno una idea di quanto costa allo Stato un loro anno scolastico cos’ come altre prestazioni pubbliche  La percezione è quella di costare da cinque a dieci volte di meno del costo effettivo. E così per altre voci di spesa. Un primo passo da fare è quindi quello di capire quello che Stato ed Enti locali ci garantiscono.

Allora il mio pagare le tasse è un dovere perché usufruisco di  servizi che non devo far pagare a qualcun altro (cioè a chi non evade). Poi è un dovere per chi crede in un contratto sociale (che è quello fatto proprio dalla nostra Costituzione) basato sulla solidarietà in cui che la redistribuzione del reddito tra generazioni e  tra ricchi e poveri è il fondamento del bene comune.

Mi chiedo se l’introduzione di qualche tassa di scopo lasciata alle regioni o agli enti locali, legata a progetti concreti come l’ampliamento del numero dei posti al nido o ala costruzione di una casa protetta piuttosto che di un teatro, non potrebbe rinsaldare un po’ il rapporto tra cittadini e istituzioni.

La marginalità è un problema di tutti
In una sede “forte” come quella della Casa della carità, in un contesto cioè che non soltanto rende visibili i problemi dell’esclusione, perché vengono concretamente affrontati, ma che si preoccupa di interpretarne le cause (sempre in evoluzione)  ho voluto dire tante cose anche “scordinate” tra loro, un po’ tutto quello che pensavo.

Perché la politica per la marginalità non può essere una politica marginale, cioè una politica a cui si destinano un po’ di risorse per rimediare ai guai maggiori, per “rammendare” i buchi del sistema di protezione sociale. E’ il sistema economico e sociale nel suo complesso che deve farsene carico, il sistema “forte”.

Ovviamente ciò vale  per quanto riguarda la prevenzione e ciò fa riferimento complessivamente al modello di sistema socio economico, alla  remunerazione del lavoro e quindi alla distribuzione del reddito.

Ma vale anche per quanto riguarda l’interruzione di percorsi emarginanti già avviati. Si è fatto riferimento a interventi più micro, in cui potrebbe giocare un ruolo importante la responsabilità sociale di impresa. Anche qui un esempio.

C’è il problema dei lavoratori fragili, quelli che non riescono a conservarsi un posto di lavoro pur non essendo certificati come disabili. C’è una “fascia grigia” da cui si generano emarginazioni estreme. E’ la storia di quello che i servizi chiamano “disagio sociale adulto”: un intervento tardivo di sostegno a difficoltà quasi normali produce una catena di aggravamenti e stati di emergenza che ha come ricaduta alti costi sul piano personale, sociale e anche economico per l’intero sistema (assistere una persona così costa moltissimo) .

Don Virginio Colmegna, l’ideatore della Casa della carità aveva già evidenziato questo problema alla Conferenza nazionale sulla Famiglia convocata prima dell’estate dal Ministro per la famiglia Rosy Bindi. E’ la spirale tra accumulo progressivo di fattori di debolezza sociale come la perdita del lavoro, la sofferenza psichica, la dipendenza da gioco, da alcool o da altre sostanze insieme alla rottura dalle relazioni familiari che generano quella popolazione impropriamente detta dei “senza fissa dimora”.

E’ troppo difficile affrontare la “tenuta” del posto del lavoro insieme alle imprese?

L’idea però di mobilitare risorse private ulteriori relazionali ed economiche non deve far pensare che ci sia spazio in questo settore per un ridimensionamento della spesa pubblica (possibile per altri settori). La spesa sociale (strettamente intesa) italiana è il fanalino di coda delle classifiche europee.

E le donne?
Parlare di politica sociale vuol dire inevitabilmente parlare un po’ di tutto. E mi scuso per aver forse affastellato troppe cose. Ma un compito importantissimo del Partito democratico è quello di ridurre la distanza tra l’operatore di una Casa della carità o del Servizio Sociale del Comune (che deve risolvere problemi complessi di persone in grandissime difficoltà) e gli economisti e i giuristi che si occupano delle macro variabili, ma che non sempre sono capaci di considerare l’impatto di norme e interventi generali e macro economici sulla nebulosa dei problemi sociali e che pensano come risolutive soltanto le grandi e pur corrette decisioni.                

Credo però che questa capacità di affrontare insieme problemi macro e problemi micro sia una caratteristica propria delle donne, maturata in secoli di lavoro di “patchwork”. Una capacità che richiede grande flessibilità (non è la caratteristica più richiesta nel mondo del lavoro?).

E questo mi fa anche pensare che l’esperienza di chi ha gestito strutture e servizi sociali e sanitari, ma anche formativi o di chi è stato amministratore pubblico o membro di Governo in questi settori (e questi sono i settori in cui un po’ residualmente sono state inserite le donne) sia una esperienza spendibile con successo in tutti i settori, compresi quelli più complessi.

 

COMMENTI
  dPCIkjxnvfU
lasciato il 21/7/2012 da TwnyubMDyuglsoNu
  dPCIkjxnvfU
lasciato il 21/7/2012 da TwnyubMDyuglsoNu
  Il fatto che sia necessario
lasciato il 17/9/2011 da
  D'accordo con Flavia
lasciato il 15/9/2007 da Silvia Zanini
  Difendiamo la partecipazione femminile, non una casta...
lasciato il 14/9/2007 da Redazione
  Grazie a Flavia
lasciato il 14/9/2007 da Paola Gaiotti
  La democrazia è un gran bene per tutti
lasciato il 14/9/2007 da Albertina Soliani
  niente donne in questo sito
lasciato il 13/9/2007 da alberta
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