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15 Settembre 2007
Un altro mondo è possibile
Giuliana Martirani risponde a Flavia Franzoni "con la speranza di chi vuole caparbiamente costruire la nuova polis attraverso una nuova politica"
di Giuliana Martirani

Carissime Democratiche,
mi piace rispondere alle importanti annotazioni di Flavia Franzoni sul sito delle Democratiche e ad alcune dichiarazioni del Programma di Rosy Bindi.
E, scusandomi per la lunghezza del testo, rispondo con la gioia e le speranze di molti cittadini che continuano a voler caparbiamente costruire la nuova polis, la nuova città attraverso una nuova politica, e il nuovo Partito Democratico. 
Facendo un’analisi sul welfare  Flavia afferma che: ”questa capacità di affrontare insieme problemi macro e problemi micro sia una caratteristica propria delle donne, maturata in secoli di lavoro di “patchwork”. Ed aggiunge: “Il welfare oggi si innesta in una società sempre più mobile e che deve fare i conti con la globalizzazione delle economie e perciò capace di generare nuove conoscenze ed energie imprenditoriali, può rischiare di farci diventare o di farci giudicare conservatori e nostalgici.”
Su queste due affermazioni di Flavia Franzoni e su alcune del Manifesto di Rosy Bindi vorrei inserirmi per dare un apporto al dibattito e per dire i motivi del mio impegno con le Democratiche fin dalla sua fondazione a Roma e del mio appoggio ad una donna, Rosy Bindi, e al suo impegno di credente, oltre che professionale prima e istituzionale oggi, per un bene comune che fino all’epoca pre-globalizzazione era statale e che oggi, in tempi di guerre, fame ed esodi planetari, deve diventare bene comune universale.

“Un altro mondo è possibile”: Nord e Sud, un unico mondo
Innanzitutto vorrei dirvi alcune cose relativamente agli obiettivi della politica  di un  Partito Democratico davvero “nuovo”, perché davvero un “altro mondo sia possibile”.
Nel mondo comune della gente comune, si sta facendo comune-unità (rete, aggregazione) intorno ad obiettivi di Giustizia locale e globale, di Pace e Diritti umani e  di Salvaguardia del Creato.  E lo si sta facendo, già dagli anni ’80 e in modo coordinato a partire dalle Assemblee di Basilea, Graz, Seul, Sibiu, in comune-unione (con spirito di condivisione) con credenti della stessa religione cosi come di altre religioni e con persone che si autodefiniscono “atee”.
Ebbene, in questo mondo ad un tempo cosi fortemente globale e cosi pervicacemente locale (a volte, tuttavia, sconfinando in veri egoismi ‘identitari’ locali e prendendosela con lavavetri, zingari e barboni) mi sembra che la dimensione globale sia stata quella meno riuscita ad una analisi politica  nè tanto meno all’analisi dei partiti. E che invece ci aspettiamo dal nuovo Partito Democratico, con la gioia e le speranze di coloro che lavorano nelle trincee  del mondo, sconvolte da fame e guerre.

Il lavoro tra mondo globale e locale
E in tale contesto innanzitutto  va collocato il lavoro e le nuove regole ad un tempo locale e globale da riscrivere. Non certo come si è fatto nell’ultimo scorcio del secolo scorso solo spostando le localizzazioni a livello globale con  il peggioramento della situazione di altri lavoratori. Lo sviluppo locale e la governance di vaste aree del Sud del mondo  ancora attendono delle risposte  oltre la naturale sopravvivenza ricercata in emigrazioni che non fanno piacere a chi emigra oggi, come a noi ieri.

Guerre
In un mondo che ha rispolverato vecchissime e mai dismesse modalità per la soluzione dei conflitti, quali le guerre, le  segreterie dei partiti ancora stentano a fare programmi politici che contemplino questa dimensione globale del benessere (welfare) e della pace cui non si può più non fare riferimento da quando la fame, la deterrenza atomica e il terrorismo sono una minaccia costante e da quando  la guerra è diventata addirittura preventiva.
E’ perciò molto importante che Bindi abbia esordito nel suo manifesto con un esplicito richiamo all’art.11 della Costituzione che “rappresenta il caposaldo della politica internazionale del partito nuovo. Il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti è per noi un’opzione ideale irrinunciabile. Questa opzione è però possibile solo entro un governo internazionale dei conflitti, e dunque attraverso organismi internazionali e sopranazionali e al loro interno con l’attiva condivisione di responsabilità per la difesa della stabilità e della sicurezza internazionali.
“Occorre prendere atto che la crisi della democrazia accanto alle sue specificità italiane, mostra anche una dimensione internazionale” , afferma Rosy Bindi nel suo programma,  Essa non si affronta attraverso la pretesa di esportare democrazia con la forza ma lavorando ad una prospettiva di sviluppo equo e sostenibile per tutti, rinunciando a sostenere regimi dittatoriali, con un maggior controllo del commercio delle armi, con la cooperazione e il multilateralismo”.

Ambiente
In un mondo che per la prima volta da oltre tre miliardi di anni si trova nella reale possibilità di perdere i cicli naturali bio-geochimici, cosi come i naturali andamenti climatici e la sicurezza alimentare, appare impensabile che tali obiettivi della polis siano delegati a quel partito  o ad un altro, perché devono in realtà essere alla base del nuovo Partito Democratico, rivolto alla conservazione e al diritto per tutti di quei beni comuni universali oggi fortemente minacciati quali l’acqua (e si pensi alla  sua privatizzazione), l’aria (e si pensi ai mutamenti climatici),  la terra (e si pensi a tutte quelle nazioni che ancora non hanno visto una Riforma agraria),  e l’energia (e si pensi alle guerre per il petrolio).

Impoverimenti
La pace infranta da fame e impoverimento, che spinge gli adulti dei paesi ad emigrare mentre  vecchi e bambini restano a sostenere le economie locali aumentando lo sfruttamento del lavoro minorile, si vince solo considerando bene comune tutta l’umanità.
Una cooperazione equa è legata a uno sviluppo che  sappia elaborare per il il Sud del mondo ciò che l’Europa ha realizzato per se stessa, facendone le prove generali durante l’ultimo secolo: gestendo cioè, come atto concreto di bene comune un Welfare Mondiale, da coniugare anche in chiave di cancellazione del Debito e di freno all’esodo planetario in atto.
E confortano le affermazioni di  Franzoni sui livelli ad un tempo micro e macro del welfare e quelli di Bindi che nel suo Manifesto ci fanno intravedere spiragli di ‘nuovo’ nella prassi politica internazionale del futuro Partito Democratico quando afferma che ”L’esperienza europea insegna che l’attenzione alle esigenze delle persone, il perseguimento della giustizia nell’economia ha costituito un fattore decisivo di successo del nostro modello di sviluppo. Garantire le opportunità a tutti i cittadini è una ricchezza per tutti.” “Un’efficace rete di protezione sociale rende la società più libera e permette di affrontare le sfide della competizione globale”.
E speriamo, pertanto, che in un mondo diventato villaggio tale preoccupazione possa riguardare il bene comune universale, il benessere, il welfare dei paesi del Sud del mondo così provati oggi da fame impoverimento e guerre.

Un welfare mondiale: un nuovo Patto di solidarietà mondiale
Un welfare mondiale (Debito contro Welfare ed Emigrazioni) risponderebbe a tale preoccupazione e  anche a quanto i Grandi 8 si sono impegnati a realizzare  entro il 2015 come gli 8 Obiettivi del Millennio (Millennium Goals): Eliminare la povertà estrema e la fame, Assicurare istruzione elementare universale, Promuovere la parità tra i sessi, Diminuire la mortalità infantile, Migliorare la salute materna, Combattere l’HIV/AIDS, Assicurare la sostenibilità all’ambiente, Sviluppare un partenariato globale per lo sviluppo.
Ma come realizzare un welfare mondiale in tempi che sono di magra anche per quelli nostrani a partire dal Mezzogiorno d’Italia?

La Tobin Tax
: 100 miliardi per un welfare mondiale
Un simile progetto sarebbe assolutamente fattibile attraverso il gettito ricavato dalla tassazione delle speculazioni finanziarie (come l’imposta, pari allo 0,05-0,01%,  proposta dal Premio Nobel per l'economia James Tobin). Una tassazione così insignificante darebbe un gettito di circa  90 - 100 miliardi di dollari l'anno, cifra che corrisponde al doppio di quanto viene oggi destinato alla cooperazione allo sviluppo ed è  più  del doppio di quanto sarebbe necessario per risolvere i bisogni umani fondamentali dei paesi del Sud del mondo (40 miliardi: 13 per salute e nutrizione di base,  6 per l’istruzione, 9 per l’acqua, 12 per la salute riproduttiva della donna).
Eppure  questi 40 miliardi che consentirebbero di risolvere  alla radice per tutta l’umanità  i bisogni umani fondamentali di cibo, acqua, istruzione, salute, sono perfino meno di quanto si spende in un anno per alcolici in Europa (105 miliardi); sono la quarta parte di quanto si spende in droghe (400 miliardi); e molto, molto meno di quanto si spende in armamenti (oltre 1000).
Flavia Franzoni nel suo testo giustamente ci ricorda che pagare le tasse “è un dovere perché usufruisco di  servizi che non devo far pagare a qualcun altro (cioè a chi non evade). Poi è un dovere per chi crede in un contratto sociale (che è quello fatto proprio dalla nostra Costituzione) basato sulla solidarietà in cui la redistribuzione del reddito tra generazioni e  tra ricchi e poveri è il fondamento del bene comune.”

Un deterrente finanziario…alle mafie
Una tale imposta svolgerebbe una funzione deterrente per gli investitori con orizzonti temporali molto brevi, senza danneggiare gli operatori economici che pianificano investimenti a lungo periodo.  Scoraggiare le transazioni di breve periodo porterebbe ad una maggiore stabilità nei mercati finanziari e dei cambi, incoraggiando investimenti a lungo termine di beni e servizi. Darebbe, inoltre,  ai Governi maggiore controllo sulle proprie politiche monetarie e sosterrebbe l’Onu e le sue varie Agenzie mediante i proventi della tassazione. Inoltre, l'introduzione di una tassazione sui movimenti di capitale, avrebbe come effetto indotto una maggior trasparenza delle operazioni finanziarie, soprattutto di quelle speculative a breve termine.
E, tenendo conto delle cifre date alla Conferenza Mondiale delle Mafie tansnazionali in cui si diceva che l’economia legale delle prime 500 multinazionali era stimata (1994) in 5000 miliardi di dollari mentre  il capitalismo mafioso transnazionale (dalle mafie americane a quelle russe, caucasiche, italiane…) era stimato in 3.000.000 di miliardi di dollari, colpirebbe in modo prevalente le transazioni speculative mafiose!!!

“Un altro modo è possibile”: le donne
L’impegno pre-politico e politico
Conosco bene quanto tempo il nuovo ci mette ad emergere nelle istituzioni dopo che le avanguardie di pensiero e di azione le hanno pensate e realizzate. E questo ci deve aiutare a non essere inclementi con il ‘nuovo’, e il nuovo Partito Democratico, che stenta ad entrare nella storia. Penso ad esempio che l’economista e premio Nobel James Tobin ipotizzava trent’anni fa soluzioni ancor oggi profetiche e penso ci sono voluti circa venti anni di Peace Research  e di Educazione alla pace, ai diritti umani, alla mondialità, alla nonviolenza, all’interculturalità…per arrivare nelle Università alle Lauree in Cooperazione e Pace agli Enti Locali per la Pace  i diritti umani, all’ Ufficio nazionale per la Difesa civile non armata  non violenta, al Servizio Civile…
Penso ad esempio che ci sono voluti circa venti anni per avere nelle Diocesi italiane le Commissioni Giustizia Pace Salvaguardia del Creato, che pure furono ipotizzati alla Conferenza di Basilea del 1989.
In questo passaggio dal prepolitico al politico le donne hanno avuto una funzione davvero speciale.

Dalla politica dell'appartenenza e dei privilegi  a quella della corresponsabilità
Così come la possono avere nel nuovo Partito Democratico, nel passaggio dalla politica dell'appartenenza a quella della corresponsabilità.
“Sono le prime, afferma Bindi nel suo Manifesto, ad essere interessate sia a una politica capace di decidere, sia a riscrivere l’agenda politica in modo da privilegiare le grandi questioni irrisolte del mondo che pesano sulla vita quotidiana: dagli squilibri nell’uso delle risorse alla formazione delle nuove generazioni, dal governo pacifico dei conflitti anche etnici e regionali alla lotta alle disuguaglianze, dalla cura dei deboli e degli esclusi al rapporto etica-politica; dal rinnovamento senza tradimenti delle grandi culture storiche; alla battaglia per la legalità e la riduzione dei costi della politica”.
E la donna,  oggi, è chiamata a far passare la politica dal potere al servizio proprio in un "mondo trasformato in mercato, al servizio del capitale fatto dio e ragione d'essere... dove si assiste ad una deresponsabilizzazione dello Stato che dovrebbe essere il rappresentante della collettività nazionale, promotore dei servizi pubblici..." (Pedro Casaldaliga)

Dalla democratura, alla democrazia, alla onnicrazia
Le donne possono aiutare il nuovo Partito Democratico a riappropriarsi  del potere decisionale (empowerment) e di azione passando dalla democrazia formale o dalle democrature (che pure abbiamo conosciuto nella nostra recentissima storia) alla democrazia sostanziale e al potere diffuso, all'onnicrazia di Aldo Capitini, il grande teorico italiano della nonviolenza nonché fondatore della marcia della pace Perugia Assisi.
Un’onnicrazia che sia  luogo cioè della possibilità reale di ciascuno di contare e di decidere personalmente della propria esistenza.
Un potere non "contro" qualcuno come nelle rivoluzioni violente, antico retaggio dell'infanzia dell'umanità,  ma un potere "per".  Un verbo ‘potere’ accompagnato sempre da altri verbi: poter mangiare, poter lavorare, poter dire, poter studiare… Per risolvere i problemi, a partire da quelli dei più impoveriti dell'umanità, per lavorare insieme la speranza in comune-unità intorno ad obiettivi di umana-unità.
Per essere cioè ad un tempo comunità e umanità.
Ci sono anche le modalità e i metodi che un Partito Democratico davvero nuovo deve mettere in atto perché “un altro modo sia possibile”.  Perché, diceva Gandhi, “Il  mezzo sta al fine come il seme all’albero.’ e quindi i modi non sono neutrali per raggiungere gli obiettivi anzi devono essere consoni ad essi.
Nel mondo comune della gente comune, si sta facendo comune-unità (rete, aggregazione) intorno ad obiettivi di nonviolenza, mitezza, onnicrazia, partecipazione democratica, trasformazione dei conflitti.  E lo si sta facendo in comune-unione (con spirito, cioè,  di condivisione) con  persone che hanno già una prassi di associazione, o di chiesa, o di partito e con persone che si autodefiniscono non politicizzate, anzi, visibilmente nauseate e stanche della politica.
E con questa gente comune si sta sperimentando qualcosa che davvero è  indispensabile che diventi anche prassi di un “nuovo” Partito Democratico: la nonviolenza e mitezza nelle relazioni interpersonali e la risoluzione dei micro-conflitti  quotidiani non solo a livello familiare e amicale, ma anche associativo e comunitario.
La arroganza, la violenza verbale  e concettuale  con gente di parte avversa ma anche con quelli della stessa aggregazione partitica cancella con colpi di spugna quasi definitivi le gioie e le speranze della gente comune già cosi provata nelle proprie insicurezze alimentari, lavorative, sanitarie, ambientali, affettive… e di pace (e si pensi per tutte all’insicurezza delle 200.000 famiglie italiane di diversamenteabili private di 45.000 insegnanti di sostegno).

La donna ovvero la valorizzazione delle differenze
Le donne sono trasversali a tutte le ingiustizie e  discriminazione perchè sono emarginate come donne e come bambine, come donne e come lavoratrici, come donne e come africane, come donne e come indiane, come donne e come malate....
Per tali motivi le donne possono essere nel nuovo Partito Democratico ottime mediatrici (dal livello pre-politico a quello  politico, dall’informale all’istituzionale…) di progetti socialmente equi e ambientalmente sostenibili, soprattutto perchè  appartiene alla prospettiva femminile, alla sua weltanschauung,  una visione della vita fondata su di una cultura della cura che fa diventare corresponsabilità la politica   e reciprocità l'economia facendole uscire dalla loro astrattezza e portandole nei luoghi della violenza strutturale e della quotidianità.
E lo fanno sia attraverso la loro cultura, sia attraverso l'educazione alla nonviolenza, alla pace, alla legalità, alla giustizia, sia attraverso l'impegno diretto nelle istituzioni politiche ed economiche. Sia attraverso le loro modalità di rete.

La differenza, le differenze
Una visione della vita più adeguata ad uno sviluppo equo e sostenibile e ad una vita meno competitiva è più attribuibile, infatti, alla differenza femminile così come appare maggiormente depositata nelle culture discriminate come ci ricorda Claude Raffestin (1981) quando dice che la crisi del sistema quando scoppierà, non potrà essere superata se non  mediante il ricorso ad una informazione nuova. Che è quella riposta proprio nelle culture dei gruppi discriminati, quella depositata nella cultura femminile innanzitutto, nella differenza di genere, quindi,  ma anche nella differenza etnica, culturale, e quella depositata nelle differenze genetiche delle risorse naturali, le biodiversità, che sono il patrimonio biologico cui è legata la nostra stessa vita.
L'informazione nuova per il terzo millennio appare insomma depositata nelle donne, nei popoli del Sud del mondo, nelle culture altre come quelle di Indios e Indiani, oggi i francescani della foresta, nella natura.
La differenza femminile è quindi quella che può aiutare a comprendere le differenze della natura e le differenze culturali ed etniche dei popoli. A comprenderle e a valorizzarle.
Inoltre la donna attraverso le sue modalità di pensiero e di prospettiva può indicare soluzioni e percorsi differenti proprio nei periodi più cruciali dell'umanità. E può farlo a causa della sua visione della vita, del suo pensiero divergente e della sua prospettiva relazionale, della sua cultura del prendersi cura e del servizio, che sostituisce quella del potere.

La realtà è una rete di relazioni: la prospettiva relazionale
L’espressione “welfare comunitario, dice Flavia Franzoni, interpreta una progressiva trasformazione dell’intervento sociale che ha come elementi caratterizzanti non soltanto il coinvolgimento del terzo settore (volontariato, cooperative sociali, associazionismo di promozione sociale, fondazioni, etc.) nella programmazione e nella gestione dei servizi, ma anche l’attivazione delle sinergie di cui è capace l’intera comunità a partire dalle reti sociali informali che la costituiscono”.
Perché di fatto, aggiungerebbe Capra, “La realtà è una rete di relazioni ed ogni sua parte non può essere  compresa che in rapporto al resto” (Fritjof Capra,1984).
Nel passaggio ad uno sviluppo equo e sostenibile, non solo fondato sulla ‘crescita (‘de-piliamoci’ affermano alcuni teorici della decrescita) una funzione indispensabile ce l'hanno le donne.
Proprio per la prospettiva con cui esse vedono il mondo, che è una prospettiva relazionale, comunitaria, e non individuale.
Per il carattere peculiare del loro pensiero, che è pensiero divergente, che sa far appello anche a modalità conoscitive quali l'intuizione, la metafora e l'analogia, che sono  più adatti a risolvere i conflitti.
Per la loro cultura del servizio e del prendersi cura.
Per il loro particolare sentire la natura e saperla guardare con criteri di utilizzazione e non di sfruttamento.

Il pensiero femminile
Nel passaggio ad uno sviluppo sostenibile, quindi, una funzione indispensabile ce l'hanno proprio le donne. Proprio per la prospettiva con cui esse vedono il mondo, che è una prospettiva relazionale, comunitaria, e non individuale e per il carattere peculiare del loro pensiero, che è pensiero divergente, esse possono aiutare a ridimensionare gerarchie sociali ed economiche, complessi di superiorità, di competitività e di sfruttamento, sfide belliche e distruttive. E possono farlo proprio a partire dalla loro cultura differente, fortemente legata alla creazione e al mantenimento della vita, dentro e fuori l'utero materno, alla coesione e alle relazioni di gruppo, alle dimensioni valoriali ed etiche.
Nello stabilire relazioni sfruttando la differenza sembrerebbe, infatti, che oggi l'uomo agisca maggiormente a livello di potere mentre la donna più a livello morale e di servizio. L'uomo sembra che  sia maggiormente caratterizzato da un pensiero logico deduttivo razionale, tipico della concezione aristotelica, per cui esiste una ed una sola risposta valida ad ogni quesito possibile mentre il pensiero femminile sembrerebbe caratterizzato maggiormente da intuizione, immaginazione e analogia, più adatto alla risoluzione della molteplicità e della complessità che caratterizzano la nostra epoca. Per cui il pensiero divergente, femminile, sembrerebbe maggiormente adatto al processo creativo e deriverebbe la sua attuale importanza dal fatto che oggi "mentre molti aspetti deduttivi possono essere affidati al calcolatore anziché all'uomo, quest'ultimo non è invece sostituibile nel processo creativo" (L. De Carlini, 1985).
Il pensiero convergente, maggiormente legato alle modalità conoscitive maschili, vede il problema in modo limitato: i dati sono fissi, la soluzione è immediata, unica, la ricerca è ristretta, i criteri di riuscita sono fissi, la soluzione rientra nella logica del calcolatore.
Una valorizzazione del pensiero divergente femminile, aiuterà all’interno del nuovo Partito Democratico a vedere i problemi in modo piu ampio e a trovarne soluzioni concrete.

I processi di intuizione globale dei problemi
E infine una caratteristica quasi morfologica!!! Si è visto che  la comunicazione tra emisfero destro e sinistro è probabilmente più rapida e completa nella donna, perché la struttura cerebrale che fa comunicare i due emisferi ha un maggiore spessore. Questa struttura si chiama corpo calloso ed è costituita da fibre nervose che fanno comunicare la metà destra con la metà sinistra del cervello. Questa maggiore facilità di comunicazione  permette una migliore integrazione  tra pensiero ed emotività, sensibilizza e potenzia  i processi di intuizione globale dei problemi e comunque stempera la rigidità sequenziale del pensiero maschile con possibili attività collaterali di pensiero parallelo. Si è visto anche che una parte importantissima del lobo frontale (la corteccia frontale dorsolaterale) è più attiva e di maggiore volume nel sesso femminile. La corteccia frontale dorsolaterale sovrintende ai processi di pianificazione del comportamento e alla valutazione critica delle procedure per raggiungere uno scopo. (P. Pancheri, Presidente della Società Italiana di Psichiatria,  Artemisia).
Nessuna di queste differenze ha significato a livello di performance intellettiva, cognitiva, di abilità e capacità specifiche, ma suggerisce nella donna una più armonica integrazione tra sfera cognitiva e affettiva con migliori possibilità di adattamento e di sopravvivenza. Ma la migliore capacità di sopravvivenza femminile è visibile anche a livello delle statistiche del suicidio e sul consumo delle droghe, molto più elevate nel sesso maschile.

Parola e azione femminile 
Ma perchè  le donne  possano davvero dare, all’interno del nuovo Partito Democratico, le soluzioni nuove richieste, e possano essere mediatrici di una nuova politica, è necessario che abbiano la  parola, la possibilità di decidere, e quella di agire. Possano, cioè, portare la cultura e le modalità economiche e politiche femminili nei luoghi non solo delle coscienze individuali, come hanno sempre fatto attraverso l'educazione dei figli, o  nelle scuole e nelle chiese; ma anche in quelli meno accessibili a loro: segreterie di partiti, parlamento oltre che università, grande informazione, politica, e grande finanza, perchè è in questi luoghi che devono offrire una visione culturale politica ed economica differente, per un differente stile di vita, ed è in questi luoghi che deve avvenire il passaggio dalla pratica del potere e dell’arroganza alla politica della corresponsabilità e all’economia della reciprocità.

La donna e  il ‘complesso di superiorità’
La donna sembra oggi la più idonea a liberare la politica da competitività, successo, affarismo, appartenenze e strutture gerarchiche che cosi fortemente la caratterizzano.
La differenza femminile sembra inoltre  la più idonea per riqualificare le nostre società attraverso la pratica del superamento dei complessi di superiorità che si hanno nei confronti di sé, del prossimo, della natura e dei popoli: orgoglio di sé (successo sfrenato e arrivismo), superiorità sul prossimo (sfruttamento e mobbing), sottomissione della natura, (inquinamenti e degrado) dominio dei popoli (impoverimento e guerre).
Sembra anche la più idonea a passare dal lavoro come collaborazione all'altrui profitto (che è il tipo di lavoro più comunemente effettuato nelle nostre società) e dal lavoro come strumento per il proprio successo, profitto e superiorità (che è il tipo di lavoro più comunemente desiderato e inculcato come valore) al lavoro come unità tra abilità professionali e talenti spirituali e lavoro come esperienza comunitaria e coopertiva.

Paura del successo o paura della competitività?
Martina Herner, Georgia Sassen e Carol Gilligan, analizzando i risultati di Colette Dowling e della sua paura del successo (Il Complesso di Cenerentola, 1986), scoprirono già molti anni fa  che le donne sembrano voler evitare il successo.
Ciò, anzichè una riduzione, può indicare un'alta e altra percezione dei costi emozionali affettivi e psicologici che il successo, ottenuto tramite la competitività, comporta (Georgia Sassen).
La paura del successo o meglio la paura della competitività  diventa una componente essenziale di un nuovo modello di sviluppo e di vita (G.Martirani, 1988) che si basa su una concettualizzazione differente del mondo, una percezione differente di sè, degli altri, della natura e dei popoli, non fondata sul complesso di orgoglio, di superiorità, di sottomissione e di dominio (G.Martirani, in G.di Nicola,1992). Non fondata sul complesso di superiorità.
E sarebbe causata anche dalla pratica relazionale femminile, dal percepire la realtà come ragnatela e non come gerarchia, da parte delle donne, che fà si che la loro paura del successo indichi piuttosto la  "elevata percezione degli alti costi emozionali che il successo, ottenuto tramite la competizione, comporta" (G. Sassen, 1980).
Così che la paura del successo sarebbe invece meglio definibile come paura della competitività e meccanismo di difesa per preservare "un sistema alternativo di vita e di valori, che si basa su una diversa percezione di sé, una diversa concettualizzazione del mondo e un modo diverso di valutare la realtà rispetto agli schemi occidentali-maschili" (C. Gilligan, 1982).
Una paura della competitività che può essere salutare per una coesione del nuovo Partito Democratico che speriamo davvero una nuova, differente e fondata sul servizio alle idee, agli obiettivi concreti e ai programmi manifestati  e realizzati
Giuliana Martirani

giuliana@unina.it

 

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