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19 Settembre 2007
Attiviamo il potenziale delle donne
Respingendole ai margini viene a mancare “lo” sguardo cruciale per vedere, leggere, capire ed affrontare i problemi delle difficili società odierne
di Laura Pennacchi

A poche settimane dal 14 ottobre le riflessioni di Flavia Franzoni, seppure condotte con i consueti toni pacati e meditati, giungono come una sferzata nel dibattito attorno alla costituzione del partito democratico. Non può non sentirsi stimolato chi, come me, da tempo denunzia che l’attenzione al “contenitore” ha sovrastato l’attenzione ai “contenuti”, che la domanda su “quale riformismo” è rimasta sostanzialmente inevasa e surrogata dall’invocazione di anacronistici steccati (“i merli con i merli, i passeri con i passeri”) con cui è inevitabile si alimentino pulsioni neocentriste, che le inerzie, i conformismi, i moderatismi ideologici rischiano di avere il sopravvento sul grande investimento in primo luogo culturale – in valori, idealità, un modello alternativo di società – di cui la nascita del partito democratico ha bisogno. 

Su tutto ciò, a mio parere il discorso di Veltroni del Lingotto a Torino ha rappresentato un vero e proprio spartiacque. Ma bisogna approfondire e allargare il ragionamento, anche perché non tutto quello che è stato detto e fatto dopo appare pienamente in sintonia con lo slancio e l’apertura del discorso del Lingotto. In questo ambito quattro dei temi posti da Flavia nel suo intervento mi paiono davvero centrali e su di essi – brevemente dunque schematicamente – desidero interagire: 1) il posto del “pubblico” e del welfare in una visione equilibrata della sussidiarietà; 2) il significato delle tasse; 3) l’eredità della socialdemocrazia; 4) il ruolo delle donne.

1) Sul primo punto Flavia segnala che accezioni della sussidiarietà preoccupate di definire “precedenze astratte” rischiano di risolversi in “una sorta di difesa delle attività del privato” e che in ogni caso un modello di welfare municipale e comunitario, “esigendo” molto dal “pubblico”, lo richiede forte, non dequalificato nè   svuotato di funzioni e di responsabilità. Sono totalmente d’accordo. Dobbiamo allora aggiungere che il centrosinistra ha manifestato sul terreno delle funzioni dell’operatore pubblico – per quanto riguarda sia la politica economica sia la politica sociale – più di una timidezza e perfino subalternità, dalla quale il partito democratico si dovrebbe affrancare. La formula “lo stato si limiti a indirizzare e a regolare” è da un lato troppo generica, dall’altro assolutamente inadeguata a definire natura, spessore, qualità delle nuove “politiche “pubbliche” a scala europea di cui oggi c’è bisogno: si pensi solo al drammatico incremento delle disuguaglianze o alla globalizzazione sregolata in atto, di cui è un segno la crisi odierna dei mercati finanziari innescata dall’esplosione dei mutui subprime. Senza ritornare allo statalismo, è tempo di fare i conti con il bias negativo maturato a sinistra nei confronti dell’idea di “pubblico”. Essa, infatti, produce due conseguenze di non poco momento. Una conseguenza consiste nel fatto che si è indotti a smarrire la percezione delle sinergie tra politiche economiche e politiche sociali, tra sfera economica e sfera sociale, tra cui, al contrario si tende a stabilire un trade-off , una relazione di incompatibilità come se il welfare fosse ostacolo allo sviluppo economico e non suo prerequisito e condizione permissiva. Un’ulteriore conseguenza è che la riformabilità della PA viene considerata limitatissima e si lascia, invece, affermare l’idea che per riformare la pubblica amministrazione sia importante solo “spostarne il perimetro”, rimanendo di fatto indifferenti a ciò che succede al di qua e al di là del perimetro stesso, il che fa sì che non si coltiva la volontà di riscoprire nell’amministrazione pubblica i caratteri dell’ethos weberiano e nel dipendente pubblico quelli del civil servant  (cosa che peraltro renderebbe possibile fare leva sulle complesse risorse motivazionali delle persone che vi lavorano, anche per aumentare la produttività).

2) Strettamente connesso al problema del posto del pubblico è quello del significato delle tasse. Qui è fondamentale riproporre una riflessione sulla legittimità democratica della tassazione, dopo la protratta opera di delegittimazione condotta dalla destra liberista che ha tentato di sostituire alla visione che le tasse siano un contributo al “bene comune” – come dice la Costituzione italiana – quella che le tasse siano rapina, confisca, esproprio dello stato ai danni dei cittadini. Il liberismo, infatti, ha avuto ed ha come suo perno l’idea che la tassazione sia intrinsecamente dannosa, idea che è il pendant della volontà di ridurre al “minimo” il ruolo dello stato e del welfare. È così accaduto che un dibattito meditato sulla tassazione sia pressoché scomparso dalla scena pubblica e in questa eclisse il centrosinistra ha le sue responsabilità. Si è lasciato che si perdesse di vista che il significato e il ruolo della tassazione non sono valutabili in se stessi, ma si commisurano anche e soprattutto agli effetti redistributivi che essa consente di perseguire e al livello e alla qualità dei servizi di cui una società desidera disporre, i quali a loro volta, esprimono la qualità e la natura dei “beni collettivi” e dei “legami di cittadinanza” propri di quella stessa società. L’inerzia di una riflessione pubblica sulla tassazione ha prodotto quel fenomeno generalizzato per cui le scelte di politica fiscale non sono sembrate più appartenere alla discriminante destra/sinistra: da entrambi i lati è apparso dominante un unico slogan, diminuire le tasse, senza porsi il problema cruciale del limite sotto il quale la riduzione della tassazione può generare la crisi del welfare. Ma poiché il dibattito sul livello e la struttura della tassazione è centrale per il processo democratico, l’accettazione della ridefinizione della questione fiscale nei termini angusti imposti dai conservatori è particolarmente dannosa per le forze di centro-sinistra. Esse, infatti, hanno bisogno per definizione di politiche attive e di offrire servizi di alta qualità e basano la loro forza sull’estensione della cittadinanza e sull’approfondimento dei legami coesivi tra cittadini e dei legami di fiducia tra cittadini e stato, l’indebolimento dei quali è, invece, provocato dalla delegittimazione della tassazione.

3) I due temi appena richiamati – il “pubblico” al servizio dei cittadini, le tasse come contributo al “bene comune” – sono stati elementi cruciali delle filosofie e delle prassi sia del cattolicesimo democratico sia delle socialdemocrazie. Ne sono nati movimenti e conquiste – anche costituzionali – di portata straordinaria che hanno segnato la storia del Novecento e – in termini di parole-chiave come eguaglianza, libertà, dignità della persona, diritti umani, cittadinanza – modellano ancora il nostro cammino, per il quale rimane vitale quello che Aldo Moro chiamò “principio di non appagamento”. Proprio  per questo trovo, con Flavia, sconcertante “irridere” alla socialdemocrazia – le cui realizzazioni nei paesi scandinavi rimangono ineguagliate – magari da parte di chi, ignaro della distinzione liberalismo/liberismo, ha la pretesa insensata di insegnarci che “il liberismo è di sinistra”.

4) Le problematicità dei tre punti or ora richiamati si condensano attorno alla domanda “quale riformismo?”. Rispetto a tale complessiva domanda il ruolo delle donne si presenta oggi come decisivo. Perché le donne oggi non pongono solo una questione di ripulsa – di per sè estremamente significativa – di un’illegittima discriminazione a loro danno. Pongono una questione più profonda denunziando che, respingendo ai margini le donne, non ci si priva soltanto di “uno” sguardo fra i tanti, ma viene a mancare “lo” sguardo cruciale – vale a dire un insieme complesso di punti di vista, chiavi di interpretazione, strutture simboliche – per vedere, e di conseguenza leggere, capire ed affrontare, i problemi delle difficili società odierne. Le implicazioni sono enormi e mostrano che vi è una strettissima correlazione tra “cielo” dei valori e “terra” delle politiche concrete. Faccio due esempi, l’uno in materia di equità, l’altro in materia di crescita economica. Mirare all’equità fra i sessi e le generazioni non significa soltanto adottare un principio equitativo che si aggiunge agli altri, ma significa far retroagire un diverso assetto normativo sull’intero paradigma dell’equità, disvelandone così – al di là delle aspettative rassicuranti con cui ad esso ci rivolgiamo quando le situazioni si fanno troppo ardue – la natura non pacifica ed anzi estremamente problematica: il paradigma della giustizia è riducibile a quello dell’equità? Equità ed eguaglianza sono equivalenti? L’equità nella redistribuzione è sufficiente? Se l’equità nella redistribuzione non è sufficiente e redistribuzione e allocazione sono collegate, anche la crescita economica – ed è il secondo esempio –, guardata con l’ottica dell’equità di genere, acquista nuovi contenuti. Attivare il potenziale “donne” non è più solo una questione di “riparazione” per effettive discriminazioni (peraltro sempre molto presenti, come ci segnalano le difficoltà di accesso al mercato del lavoro e, quando nel mercato si riesce ad entrare, i persistenti differenziali retributivi e di carriera). Attivare il potenziale è la conditio sine qua non perché l’economia nazionale esca dal declino e dall’immobilismo, un immobilismo letterale, visto che dobbiamo fare i conti anche con un crollo della mobilità sociale e con un mancato ricambio e ringiovanimento di tutte le classi dirigenti.

 

 

  

COMMENTI
  SuaHkhLlzOJdTf
lasciato il 27/3/2011 da zqjPWWXNAHhIpGQ
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