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24 Settembre 2007
Forma e sostanza del nuovo PD
Mi pare che sulla forma partito si esprimano molte attese, molte speranze, molta retorica ma anche un vuoto di analisi e soprattutto una contraddizione di comportamenti
di Paola Gaiotti de Biase
Premessa

Laura Pennacchi, nel suo bell’intervento in questo sito, ha giustamente lamentato che il dibattito aperto col processo costituente del PD si sia troppo concentrato più sul contenitore che sui contenuti. Condivido nettamente la sua esigenza di approfondire insieme gli assi teorici portanti del nuovo partito; ma mi pare che anche sul contenitore, cioè sulla forma partito, si esprimano molte attese, molte speranze, molta retorica ma anche un vuoto di analisi e soprattutto una contraddizione di comportamenti. Anche questa è invece una questione chiave per le donne: un partito di uomini e donne non può che essere un partito nuovo, pensato di fatto nell’ ottica dei due generi,  col contributo dell’ esperienza femminile, anche se e quando si esprima in analisi e in proposte di impianto generale.  Se tutta la novità del PD restasse solo quella dell’alternanza uomo-donna,  sfumerebbe presto.
Dirò di più. Molto di quello che è stato pubblicato in questo sito da firme diversamente schierate nel processo costituente, è un segno che c’è, sui grandi temi,  una convergenza oggettiva trasversale, una comunanza di disegni, una possibilità di incontro  nel momento cruciale che ci dice che il partito democratico, da questo punto di vista c’è  già. Ci sono certamente anche differenze e posizioni diverse ( e Laura ne mette in evidenza più d’una), dai problemi del lavoro alla politica internazionale, dall’ambiente alla politica scolastica: ma si tratta spesso in un grande partito che vuol essere maggioritario, di diversità fisiologiche, oggettivamente fondate nella complessità attuale dei problemi, che devono essere gestite con accortezza e prudenza,  mediate con saggezza, comunque utili per una politica di governo efficace.
Mia pare che nei fatti il vero tema, pur non detto abbastanza, che è al centro del conflitto vero in questo processo, non è in primis quello sui candidati segretario ma proprio il tema del contenitore, il tema del partito democratico, di come farlo nascere e di come sarà, di come lo stiamo preparando e condizionando.
Del resto è la situazione che lo mette al centro, fra le denuncie, tutt’altro che generiche, de La Casta,  le approssimazioni di piazza, fra volgarità e verità incontestabili, che esprimono l’approdo anche politico a quella che si è chiamata l’antipolitica  (ma personalmente resto convinta che il dato più autentico dell’antipolitica è la crescita dell’ astensionismo e l’autorefernzialità dei partiti storici) la questione partito è il nodo  della sfida cui stiamo cercando di rispondere.
Vorrei provare a mettere qui insieme idee maturate a lungo entro le tante battaglie perdute che hanno segnato la mia vita: da quelle che hanno segnato, negli anni Settanta, con Zaccagnini e Moro, l’ambizione di una DC alternativa a sé stessa,  a quella  sulle regole elettorali come strumento di condizionamento democratico, al sostanziale fallimento del PDS proprio su questo terreno (quello che allora chiamammo dell’work in progress) assai più che su quello delle grandi scelte politiche, e infine entro le delusioni complessive dell’ avvitamento della politica italiana, con l’ egemonia di una destra politicamente incolta, l’ulteriore degrado di un’ etica civile già fragile in partenza ma che tuttavia i grandi partiti storici erano riusciti a portare alla scoperta delle responsabilità personale e alla consapevolezza che la solidarietà è anche una convenienza.

A che serve un partito?

Per rispondere a questa domanda partiamo da ciò che non serve.  E’ finita da tempo la funzione svolta dai grandi partiti di massa in quanto strumenti della conquista di identità, di accesso alla esistenza sociale, della assunzione di un protagonismo politico di grandi masse: perché questo compito é stato svolto; perché é stato svolto fino al punto che nessuno oggi chiede al partito politico la funzione di garantirgli una identità sociale e politica che è semmai la premessa di un’adesione; perché comporta in qualche modo la pretesa di rappresentare in toto la coscienza ideale di ogni iscritto, cioé una visione pericolosamente totalizzante della politica; si lega a questi processi la fine della funzione ideologica del partito, cioé la capacità di prevedere e imporre un corso della storia secondo una teoria generale, per la quale il partito assume una funzione storica garantita a priori come levatrice del futuro.
L’insieme dei compiti che un partito oggi dovrebbe svolgere si riassume in quello di sostenere e favorire un rapporto diretto fra cittadino e Stato, sulla base di una etica civile di coinvolgimento e di senso di responsabilità, la cui assenza viene indicata da più parti come la debolezza storica della esperienza italiana.
Emerge qui come una priorità la questione  della democrazia, intesa sia come garanzia formale di regole sia grande sfida etica  di responsabilizzazione e liberazione di ognuno. La questione della crisi della democrazia, che è questione internazionale,  si gioca in Italia intorno al rapporto fra degrado istituzionale, demotivazione civile, selezione oligarchica,  che ha caratterizzato i recenti decenni.
Contemporaneamente la ridefinizione della funzione dei partiti si lega strettamente all'obiettivo di rimotivazione alta e ideale alla politica, senza del quale la costruzione di una nuova formazione politica sarebbe comunque fallimentare.
E tuttavia  è ormai matura da tempo la convinzione che il partito politico e i compiti che esso comunque assolve e deve assolvere non sono tutta la "politica; emergono nella società civile nuove soggettività la cui funzione, é anche essa a suo modo politica, movimenti one issue, volontariato, professionalità consapevoli delle loro dimensioni politiche,  associazionismo civile, la cui fecondità rischia di essere ridotta proprio per l’autoreferenzialità politica dei partiti, la loro invadenza centralistica.
Un primo compito è costruire un circuito virtuoso di rapporti  fra le due pratiche della politica, quella personale gestita da ognuno liberamente in ogni scelta di vita e quella dell’assunzione condivisa di un progetto di governo delle trasformazioni in atto della società.  Il nodo del rapporto da ricostruire fra società civile e partito è largamente qui.  Questa esigenza del resto rilancia l’intuizione classica di Duverger che distingueva, nella storia dei partiti, il partito “indiretto” dal partito “centralistico”. Il partito indiretto nasce dalle esperienze sociali,( tipici il laburismo inglese, il popolarismo italiano , ma anche lo stesso socialismo italiano) e approda solo poi al modello leninista di partito  (imitato nel collateralismo fanfaniano)  che è referente e guida dei movimenti sociali.
Un secondo compito collegato a questo e non meno importante è quello di far convergere, entro il progetto politico, competenze, esperienze, interessi non solo economici. Dobbiamo registrare non solo teoricamente il fatto che sempre più l’interesse alla politica nasce più nell’ambito di tematiche specifiche (dall’ambiente alla legalità, dalla politica delle donne agli effetti dell’innovazione, dalla politica internazionale a quella dell’informazione) esprime la voglia di contribuire all’ analisi preliminare dei problemi oltre che alle decisioni ultime. Un partito nuovo deve poter offrire spazi autentici,  occasioni, strumenti per una tale partecipazione.
Serve dunque  un partito percepito come una agenzia che porta qualcosa di più nel dibattito e nel sapere politico in quanto redistribuisce opportunità e saperi, privilegia la ricerca delle soluzioni ottimali rispetto alla esibizione della propria forza; un  partito che é anche organizzatore di cultura non più nel senso che é l'unico pedagogo politico, produttore e possessore di una verità da distribuire, ma nel senso che é un luogo di ascolto, elaborazione, confronto, sintesi, fra esperienze e competenze diverse.

E tuttavia resta centrale il fatto che un partito non é tale se non conserva il fondamentale compito costituzionale di favorire la partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica; questo compito (presentare le liste elettorali- quali che sia stata la procedura per la scelta dei candidati-, vincolarle a un programma, aggregare il consenso necessario, stimolare il controllo dei cittadini sugli atti di governo e delle rappresentanze ai  vari livelli e la verifica dei risultati) esige una inecquivoca rappresentatività anche esterna, che sia fonte visibile di una assunzione di responsabilità, nel senso di poter rispondere all' elettorato, della coerenza fra propositi e pratiche di governo, da quello locale a quello nazionale, in parallelo stretto con la suddivisione geografica dei vari bacini elettorali.
In questo contesto l'elemento di novità rispetto alla funzione classica, definita nella Costituzione e svolta nel quarantennio, dovrebbe essere l'enfasi sul controllo, inteso come controllo diffuso dei cittadini, di cui un partito "democratico", sia all'opposizione, sia al governo, deve essere stimolo e interlocutore, per restare democratico. Il partito non è “istituzione” in senso proprio e deve essere distinto dall’istituzione, non deve sostituirne le funzioni deve contribuire a vigilarne i comportamenti.. E' diventata infatti intollerabile, e non ha del resto alcun fondamento teorico accettabile, la pratica lottizzatrice che attribuisce ai partiti un intervento diretto in  ogni gestione pubblica e parapubblica, azzerando ogni possibilità di controllo a aprendo il varco a una sistematica privatizzazione del pubblico.
Entro questa funzione di controllo trova certamente posto, ma caratterizzandosi più nettamente come funzione politica generale e non solo come funzione di sostegno al singolo, la questione della difesa dei diritti dei cittadini, l'immagine di partito dei diritti,  Proprio una tale funzione di controllo, la cultura politica e tecnica che deve esserne alla base appare la più estranea alle tradizioni politiche italiane rispetto alla tradizioni e alle prassi della politica anglosassone.

Le strutture di partito

Darò per ovvio  che il metodo democratico deve caratterizzare il PD, prima ancora di essere, come speriamo consacrato in una legislazione di garanzia collettiva; questo deve valere pin primo e assoluto luogo per le cariche, sottoposte a primarie soprattutto dove monocratiche; deve valere per le decisioni politiche organizzative da prendere.  E ove la realtà tecnologia consentirà consultazioni collettive rapide, dovrà essere utilizzata con qualche riguardo per chi le è ancora estraneo.
Darò per ovvio ancora una riduzione drastica degli organi esecutivi e rappresentativi interni, che i numeri troppo alti riducono a sceneggiature previste; e spero che ci sia un impegno collettivo a non riprodurre accorpamenti permanenti, come le correnti, ma un ritrovarsi naturale delle diverse sensibilità intorno ai concreti problemi da affrontare. E darò per ivvio infine che non ci siano correnti che rimandano ideologicamente alla storia dei diversi riformismi che partecipano a questa nascita.
Nel disegno concreto di un tale partito appare essenziale la traduzione statutaria del valore della autonomia. Essa si articola su più piani: in primo luogo come autonomia nel partito , sia in senso territoriale ( il partito federale  e regionalista),  che in senso verticale, come autonomia di comparti dotati di proprie coerenze progettuali e organizzative volte a far vivere entro il partito esigenze politiche specifiche, a farle valere negli organi dirigenti, a dare piena cittadinanza a elaborazioni politiche di area o settore. Ma essa si caratterizza anche come autonomia dal partito politico di chi accetta l'onere di un rapporto con il partito a suo modo codificato, paritario, contrattuale, su progetti e per tempi definiti, che potrebbe "pattizio".
Una strutturazione territoriale  appare ancora il luogo politico non rinunciabile dell'esercizio visibile della responsabilità politica globale del partito,  nel senso alto di una capacità di assunzione anche di decisioni politiche democratiche vincolanti. Essa é sopratutto il luogo della partecipazione politica intesa come proposta e controllo sulla politica istituzionale,  e luogo ove si garantisce la continuità  del rapporto  eletti- elettori.
Questa finalizzazione della struttura territoriale comporta necessariamente il suo modularsi geografico obbligatoriamente in corrispondenza puntuale con  i bacini elettorali, con i livelli essenziali delle istituzioni democratiche elettive: comuni e municipalità, aree metropolitane, regioni.  Gli stessi collegi elettorali dovrebbero rispettare di più questa corrispondenza.
Questa corrispondenza "geografica" risponde all' esigenza di attivare la struttura di base ( comunque si voglia chiamarla) in primo luogo intorno al controllo dell' operato e del contatto con gli eletti, alla diffusione di una conoscenza e informazione sul lavoro delle istituzioni.
Solo questo può consentire  il superamento delle attuali ben note debolezze della vita sezionale, al  cui lavoro manca ormai un'asse di motivazione condivisa e chiara, per ritrovare un senso e una ragione del fare politica localmente nel costruire il confronto e dibattito politico intorno alle cose, e a radicare il carattere di partito di programma, e di verifica sul programma, nella nuova formazione politica, articolando, come abbiamo detto, la cultura del controllo.

Una scelta di questo tipo non é in contrasto, anzi esige,   la messa in atto di aggregazioni verticali tematiche, accanto a comitati e centri d'iniziativa per specifiche questioni anche temporanee, sia ai fini di arricchire la dimensione orizzontale dell'impegno politico, sia come offerta di servizi e di luoghi materiali di aggregazione sul territorio alle stesse tematiche specifiche, ogni volta che sia possibile e necessario.
Accanto alla struttura territoriale di base  è dunque necessario prevedere una struttura verticale tematica legata agli interessi specifici degli iscritti. Il PDS e poi i DS ne hanno già fatto esperienza,  dalla Sinistra giovanile all’ ambiente,   all’Università e ai saperi, ma senza svilupparne tutte le potenzialità. 
Una tale scelta si articola in due passaggi: un disegno, interno al partito e pienamente caratterizzato come un suo momento strutturale qualificante, con pienezza di diritti per gli iscritti, di un insieme di autonomie tematiche che possiamo definire provvisoriamente come "autonomie in ", la adesione alle quali costituisce, salvo scelta contraria del singolo, adesione al partito a tutti gli effetti; la previsione e predisposizione di uno spazio, di un’occasione di rapporti paritari con soggetti esterni al partito, attivi nella società civile su linee convergenti con il progetto del PD, ma  che mantengono integra la propria autonomia, sulla base di "patti", temporanei o di lungo periodo, nazionali o locali, che possiamo configurare come "autonomie da".

Formazione  e  informazione
In questo quadro bisogna insistere con forza che fra i compiti fondamentali del partito, da troppo tempo o abbandonati o svolti in modo insufficiente,  ci stanno la formazione e  l’informazione.  Non possiamo criticare la distruttiva deriva mediatica affermatasi, con un disegno politico esplicito, nella società italiana, e subita troppo passivamente, se non investiamo anche sugli anticorpi necessari  in chiave non di propaganda ma di informazione politica che stia sul mercato a un livello alto. Sono ovviamente d’accordo sul ruolo decisivo che avrà in questo la tradizione de L’Unità,  e lascerei aperta la questione di Europa; ma bisogna investire anche su una informazione e formazione più ricca e problematica; certamente anche cartacea, perché ruolo del foglio scritto, rileggibile e in qualche modo unificante resta insostituibile; certamente elettronica nella  pluralità di forme   possibili, più libere articolate.
E la formazione deve essere sempre più attiva cioè intrecciata entro gli spazi quotidiani della partecipazione  e non solo episodica e come separata dall’impegno.

Il partito e le donne
E’ entro un  disegno generale  che le donne devono avanzare le proprie esigenze. 
Mi piacerebbe  che l’ esperienza dell’ alternanza di queste elezioni indichi ilpassaggio definitivo ad un riequilibrio della presenza femminile che superi la fastidiosa questione delle quote. Ma non mi faccio troppe illusioni;  e penso che nel prossimo statuto ci vorranno ancora regole di garanzia.  Desiderei però che non fossero massimaliste; la regola del 50% limita la libertà dell’elettore, e forse presto perfino dell’ elettrice, di scegliersi i suoi rappresentanti;  sarei favorevole ad una garanzia consistente ma minore (del 40%, ) convinta di dare un servizio alle donne, perché ciò eviterebbe un’eccessiva pratica di cooptazioni obbligate, e non impedirebbe l’ approdo a duna anche maggiore presenza femminile.
Il problema capitale in questo quadro è come si organizzeranno le donne, per esprimere nel partito i loro saperi, le loro attese, per pesare anche come forza contrattuale necessaria. Qui rimando a quello che ho già detto sull’autonomia nel e sull’ autonomia dal.    Solo se ci diamo strutture realmente autonome, luoghi e spazi di confronto ideale propositivo, di elaborazione e di pressione,  potremmo definire con efficacia le condizioni di una nuova cittadinanza, dai grandi temi programmatici ai dettagli organizzativi, come gli orari. Ma questo  è il tema di cui discutere.


COMMENTI
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