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Rubriche - Hanno scritto

11 Ottobre 2007
Donne, generazioni e politica.
Le donne più giovani non credo abbiano mai pensato ad una “questione femminile”. È normale sia stato così, avendo ereditato formalmente parità di accesso e di successo. Lo scontro con il “tetto di cristallo” è stato successivo, ma quasi nessuna ha mai voluto affrontare quel tetto scindendolo dalla condizione più generale di un paese chiuso, arretrato, gerontocratico e clientelare.
di Ivana Bartoletti
Come era prevedibile, la composizione del quadro dei segretari regionali del Partito Democratico ha mostrato la necessità che per le donne italiane si apra una nuova stagione di protagonismo e di piena cittadinanza. Poche, troppo poche, le donne individuate per le leadership territoriali: un esito oserei dire scontato dati gli equilibri e le forze in campo nelle singole Regioni.

Da lì si è aperta una grande riflessione sui percorsi, sulla presenza e sull’organizzazione delle donne nel PD. E su questo vorrei ragionare, in primo luogo perché sarebbe sbagliato pensare all’organizzazione e ai luoghi delle donne nel futuro partito senza una riflessione generale sulle forme complessive che il futuro partito si darà.

Ovviamente, non è irrilevante che io sia una donna giovane, con un portato, una storia ed una sensibilità comune ad una generazione che ha avuto un’adolescenza felice e serena, spronata da quello spirito di indipendenza, quei valori di libertà e autonomia che la generazione precedente ha a tutte noi più giovani consegnato, avendo avuto il “privilegio” di poter vivere una grande stagione che faceva degli ideali di ognuna gli ideali di una intera generazione. Ma poi, una generazione – la mia – che si è trovata nell’impossibilità di costruire sulla serenità il proprio futuro e che spesso ha fatto dell’andarsene la propria personale rivolta.

E qui la prima riflessione: le donne più giovani non credo abbiano mai pensato ad una “questione femminile”. Anzi, hanno sempre individuato nel declino etico, morale, economico del nostro paese la causa di un arretramento, dell’emergere di antichi e nuovi conservatorismi che hanno cominciato ad attanagliare le nostre vite. È normale sia stato così, avendo ereditato formalmente parità di accesso e di successo. Lo scontro con il “tetto di cristallo” è stato successivo, ma quasi nessuna ha mai voluto affrontare quel tetto scindendolo dalla condizione più generale di un paese chiuso, arretrato, gerontocratico e clientelare.

Poi, per alcune è avvenuto un fatto: il referendum parzialmente abrogativo della legge 40. Provo a spiegarmi. Ad un certo punto, quella legge ha posto per molte un problema, non scontato e non causato dalla prova concreta di limitazioni sui nostri corpi, né fondato su riflessioni ben precise, anzi.

Una generazione che è disposta a rimandare – se non a rinunciare – la propria maternità in nome di lavoro e – diciamolo – carriera, non si è posta un problema perché lo ha vissuto sulla propria pelle.

Ma qualcosa è accaduto. Si tratta della scoperta di una moderna libertà femminile, come dice a ragione Vittoria Franco.

Si è scoperto che nella modernità nessuno poteva mettere in discussione quello che una generazione più giovane ha sperimentato su di sé: ovvero quell’equilibrio tra responsabilità e libertà (un tempo avremmo parlato di autodeterminazione) su cui si fonda la maturazione della propria Persona.

Mi spiego. La mia generazione ha sperimentato la contraccezione, ha avuto fin dalla tenera età la consapevolezza che di questo era giusto parlare fin dall’ingresso nell’adolescenza e nelle scuole. Ne ha parlato con le madri – e spesso anche con i padri.

Ma è anche una generazione che si è trovata nel mezzo della consapevolezza – ancora troppo poca – di un ambiente che si sta distruggendo, di un presunto scontro di civiltà – che in realtà nasconde uno scontro la libertà e schiavitù.

Insomma, nel mezzo di quelle inquietudini, di quei patti sociali che si stanno sfaldando e che rendono la vita delle moltitudini complessa. Quindi, una generazione che ha maturato un profondo rispetto per la Vita, per una dimensione altra, per una relazione diversa con il proprio corpo e con la Natura. E non è un caso che sia stata la generazione del Giubileo della Gioventù, così come la generazione del pacifismo, dei tamburi battenti dei no – global.

Questa generazione non può – dunque – che essere avanguardia in quel che chiamiamo una nuova fisionomia della laicità o laicità post – secolarizzata.

Una laicità includente, che non vede il margine di uno scontro tra laici e cattolici ma che cerca una dimensione collettiva capace di fare sintesi tra valori, idee, appartenenze diverse. Che fonda sul valore della Persona, sulla sua autonomia, la sua responsabilità nell’incrocio con la libertà la bussola di nuove coerenze per la politica.

Ricordo che quel referendum mise in moto – certo per una nicchia – tutte queste riflessioni, che è ora vengano portate allo scoperto. Per le più giovani fu l’acquisizione della consapevolezza di una questione femminile, tutt’uno con la necessità di una nuova elaborazione filosofica e politica sulla dignità della persona come orizzonte di un nuovo approccio a tutti i temi dell’agenda.

Soprattutto, di nuove coerenze per affrontare il terreno complesso della bioetica.

So benissimo che l’elaborazione femminile e femminista è stata ampia. Ma posso dire con ragionevole certezza che una nuova consapevolezza femminile si fonda sulla percezione di sé come terreno di maturazione di una riforma della Politica nel suo complesso, come terreno su cui si misura la capacità di costruire un nuovo riformismo. In un paese come il nostro non è possibile non capire che se c’è un segmento capace di misurare la bussola, la portata e i risultati di un nuovo riformismo è proprio il segmento delle più giovani.

Io credo che da qui debba partire una nuova riflessione delle donne, di tutte le donne, capace di metterci nelle condizioni di affrontare il nuovo partito.

La dirò così: sono convinta che da queste considerazioni ci si debba muovere nella prospettiva di un luogo dell’autonomia delle donne nel futuro partito democratico.

Ma, al contempo, sarebbe un grave danno se tutto questo non andasse al cuore del problema, ovvero riaggiornare il dibattito, senza scinderlo dal tema della piena cittadinanza.

In questo senso, mi pare che il risultato del cinquanta per cento di presenza femminile nella Costituente sia un dato positivo. Le regole – intese come atto di rottura iniziale – non possono che essere dirompenti: dovranno infatti rompere tutti quegli equilibri che si fondano proprio sulla sottorappresentanza delle donne.

Questo varrà per i segretari provinciali, così come sarà necessario affermare la regola della parità nello Statuto del nuovo partito.

Ma certo è che le regole non bastano. Perché è evidente che bisogna colmare un gap, una falla nella democrazia che ha origini antiche.

Per questo, rifiuto fortemente l’idea di un partito nuovo che fa delle quote il suo  programma politico.

Credo che le donne debbano affermare con forza che la regola della parità sia uno strumento per rompere chiusure e creare le condizioni per cui davvero si inverta la tendenza di questi anni. Un atto di rottura clamoroso e rumoroso. Che non basta.

Anche quando ad esempio al Governo c’è stato il numero più alto di donne – nel Governo D’Alema – questo non ha comportato quella evoluzione che sarebbe stata necessaria.

La motivazione sta nelle donne, e nella sfida che ora attende tutte: cioè andare oltre le esperienze organizzate che ci siamo date fino ad ora, salvaguardando si i luoghi dell’autonomia ma facendo un passo avanti.

Se le regole ci saranno – e faremo di tutto perché ci siano – il problema è affermare che l’unico criterio – per uomini e donne – dovrà essere quello del merito, della capacità di innovare processi, dell’abilità a costruire nuovi percorsi.

Non è una banalità. Questo è un paese, e con esso la politica, che non ha mai premiato il merito nella selezione degli organismi dirigenti e nei percorsi di carriera in ogni ambito.

Se vorremo far sì che una generazione di donne giovani non perda il filo del cammino delle donne questo dovrà essere l’unica strada: quella di introdurre l’idea di una lotta spietata alle cooptazioni e alle fedeltà.

Ma poi, un problema si pone: a me piacerebbe che per la prima volta le donne del futuro partito – attraverso le forme che ci si vorrà dare – siano in grado di scegliersi da sole. Di riconoscersi leadership e rispetto reciprocamente.

Non sto affondando il dito nella piaga dei rapporti tra le donne (da cui peraltro derivano quelle colpe che mi ispirano maggiore rabbia e al contempo maggiore indulgenza) ma della necessità che per la prima volta ci scegliamo noi prima che ci scelgano altri.

Sarebbe una vera rivoluzione. Non credo di far torto a nessuna dicendo che è necessario si affermino nuove generazioni di donne. Ma perché queste si affermino – portando con sé la consapevolezza di quel che ho scritto in queste pagine – è necessario che siano riconosciute in primo luogo dalle donne stesse.

Questo in Italia deve avvenire. Perché ho la netta sensazione che se non avverrà, questo sarà sempre un passo incompiuto del grande cammino delle donne.

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