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30 Novembre 2007
Occorre un bilancio politico del percorso fatto fino ad oggi
O le donne assumono fino in fondo la loro parte di leadership nelle risposte alla crisi della democrazia o il 50% perderà di significato.
di Paola Gaiotti De Biase

Il passaggio che stiamo affrontando esige forse di fare il punto del nostro percorso, di nominare le luci e le ombre del processo costituente del PD.

Non mi sono mai fatta illusioni:  ho sempre saputo che questo approdo finale alla costruzione del Partito democratico ha superato tante resistenze anche in ragione di una sorta di necessità oggettiva, quasi subita, per l’assenza di ogni altra strategia di risposta alla crisi italiana,  e non solo per una consapevole e piena assunzione della sua logica: il trionfalismo di molte dichiarazione sull’evento storico ha coperto di fatto il perdurare di resistenze e difese sul senso profondo del passaggio che stiamo vivendo.

Le novità radicali che l’hanno segnato, il principio una testa, un voto, il 50% di genere, sono stati  accolti in quanto simboli facilmente comunicabili, efficaci e praticabili della nostra novità; ma sono stati anche accompagnati da anticorpi che ne limitassero impatti ed effetti,  dall’aumento esponenziale dei membri delle assemblee, perché tutti i maschietti potessero  entrare, alla messa in sicurezza dei ruoli decisionali.

Non si è invece approfondito a sufficienza il perché quelle novità avessero una così forte portata simbolica, fossero in qualche modo l’unica garanzia possibile della volontà di innovare, quasi una condizione per essere presi sul serio. La avevano perché rovesciavano la logica della selezione politica italiana fatta di cooptazioni pattizie tutte interne ad una oligarchia, che è di fatto un’oligarchia maschile, la stessa logica che è per tanta parte la causa della crisi del nostro sistema politico, la ragione del nostro degrado. Temo che troppe delle stesse donne elette non si siano ancora rese conto né del perché questo miracolo è avvenuto, né del suo significato e si illudano su di esso come su una conquista definitiva.

No! O le donne assumono fino in fondo la loro parte di leadership nelle risposte alla crisi della democrazia,  rifiutano il permanere di vecchie logiche, o il 50 %, che è ed è stato vissuto come assai più che una garanzia per le donne,  perderà di significato, sarà degradato da simbolo a espediente. O, almeno noi donne, avvertiamo il nesso strutturale fra una serie di riconferme interne ai vecchi gruppi dirigenti e il loro essere tutte maschili,  o resteremo prigioniere di un inconcludente discorso sulle quote senza alcuna ricaduta politica reale.

Eppure se tre milioni e mezzo di elettori hanno detto si a quel messaggio,  questo avrebbe pur dovuto contare nelle fasi complesse di questo processo Costituente. Lo ha capito Veltroni, nella formazione del suo esecutivo e anche nella critica esplicita al come sono andate maturando le decisioni che si prenderanno oggi in tutta Italia. Sembrano non averlo capito ancora la gran parte delle dirigenze locali, certamente qui nel Lazio, in cui un accurato dosaggio ha riempito tutte le caselle previste secondo vecchi metodi spartitori, respingendo ogni vincolo  proposto, da quello di genere a quello delle incompatibilità, a un equilibrio fra soggetti collaudati e soggetti nuovi ( non abbiamo mai pensato a una esautorazione automatica delle vecchie dirigenze)  giocando l’intera partita in pochi. Questo esito non poteva che essere favorito dalla certezza di poterne determinare comunque gli esiti perchè la realtà complessa di assemblee così variamente composite -un brodo primordiale le ha definite nel mio collegio un brillante delegato veltroniano- difficilmente poteva trovare, come non ha trovato, da sé, subito, le forme idonee di una contro aggregazione alternativa vincente.

Di fronte a questo dato il  problema non è l’esistenza di una strategia centralistica del processo costituente; in certo senso questo poteva essere perfino un dovere dei gruppi dirigenti dei vecchi partiti. Il problema è che per essere davvero una strategia e non divenire un’ammucchiata tradizionale doveva saper darsi una linea coerente con la novità del processo che si vuole rappresentare; doveva poter essere comunicabile senza ipocrisie agli elettori del 14 ottobre, quelli che richiameremo a darci il loro consenso a dicembre, quelli delle prossime elezioni provinciali,  giocando fino in fondo la forza che viene da una voglia di riforma della politica che passa in tutte le vene.

Da questo che dico se ne deve ricavare con franchezza razionalità e equilibrio una conclusione. Dobbiamo prendere atto serenamente che siamo divisi; non divisi sulle linee delle liste che si sono confrontate alle elezioni, non divisi sulle appartenenze originarie;  divisi invece sul significato del partito nuovo, in una fase in cui il tema del contenitore politico è il primo dei contenuti programmatici che vogliamo assumere perché è il problema della democrazia.

La stessa fusione delle culture che segna il PD non può essere confusa con la sommatoria calibrata  delle logiche di appartenenza tutta giocata entro i vecchi gruppi dirigenti.

Siamo divisi.  E lo dico rilevando che una dirigenza che dimostra di non aver capito la novità della sfida che ci hanno rivolto 3 milioni e mezzo di elettori e elettrici rischia di non portarci da nessuna parte; rischia di portarci al fallimento del progetto.

Non faccio e non voglio fare questioni personali; ma il metodo che è stato seguito mi costringe a malincuore  a rilevare che qualche malintenzionato potrebbe rievocare recenti vicende della Margherita a Roma, non proprio esemplari.

Non si può  dare dunque alle scelte che ci sono state proposte alcun avvallo perché non  potremmo giustificarle di fronte agli elettori che ci chiedono conto del mandato ricevuto.

Ma sappiamo anche che i no e il disagio non bastano a condurre una battaglia politica, meno che mai una battaglia come quella della costruzione del partito democratico. Il  problema che abbiamo davanti e dobbiamo assumere è che quanti all’esigenza della sua novità vera  credono fino in fondo, eletti in tutte le liste, forse la maggioranza reale di questa assemblea, pure ancora troppo informe e dispersiva, non si facciano più trovare divisi e  impreparati, non restino in attesa di decisioni vincolanti altrui, ma assumano fino in fondo le iniziative necessarie, costruiscano i collegamenti, per poter far valere insieme le loro ragioni. Non si tratta di costruire correnti: ma di fronte a un conflitto politico che c’è,  che c’è nel paese, che qui si è voluto ignorare,  che riguarda in radice la forma del nuovo partito,  è decisivo che ognuno si assuma le sue responsabilità e insieme si assuma pienamente il peso delle nuove  responsabilità collettive.

COMMENTI
  syQ7PeSL
lasciato il 19/5/2016 da O3O3On7H
  9M4RSesxkA7
lasciato il 25/8/2015 da yc5PQAso1p
  MwrdootZmhY
lasciato il 30/3/2013 da XyZNgzpqViHFeDUP
  MwrdootZmhY
lasciato il 30/3/2013 da XyZNgzpqViHFeDUP
  Il bilancio va fatto al più presto
lasciato il 10/12/2007 da Marzia Ventimiglia
  Non solo fondatori: le fondatrici non possono essere nascoste
lasciato il 9/12/2007 da Rosanna Oliva
  Fondatrici e fondatori
lasciato il 8/12/2007 da Rosanna Oliva
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