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Rubriche - Hanno scritto

18 Gennaio 2008
UNA CONTRO-MORATORIA ALLA CRIMINALIZZAZIONE DELLE DONNE
di Franca Bimbi

L’obiettivo della proposta di “moratoria” sull’aborto è molto ambizioso : riguarda l’uso della religione da parte degli “imperi”, o da parte di quei leaders politici a vocazione imperiale, che hanno l’intenzione di rafforzare il rapporto tra il potere di cui dispongono legittimamente ed il loro carisma, soggettivamente debordante ma oggettivamente privo di “grandi riferimenti” ideali e culturali. La corsa verso quest’uso della religione non vede indifferenti le religioni, le chiese, le sette, le neo-formazioni di tipo religioso o para-religioso. La domanda di esperienza spirituale e le forme della religiosità tendono a sottrarsi alle organizzazioni  ecclesistiche tradizionali e, allo stesso tempo, le nuove offerte religiose cercano nello stato un appoggio per una penetrazione pubblicamente legittimata. In società socialmente e tecnicamente molto dinamiche e molto frammentate, le offerte di vita spirituale non corrispondono alla complessità delle domande. Perciò, in un contesto di concorrenza “religiosa” molto forte, emerge la tentazione, da parte di tutte le agenzie - dalla organizzazioni religiose alle istituzioni pubbliche- di offrire risposte, autoritarie nella forma cultural-teologica (una sola verità, per vincere i molti nemici), consolatorie nella funzione (il ritorno ai principi tradizionali o considerati naturali farebbe andare tutto per il meglio), sentimentali  o formali nello stile (ai poveri si offrono le imprese miracolose, agli intellettuali le facili risposte al dubbio). In questo modo religione e potere cercano di assicurarsi assieme il consenso dei cuori, rassicurandosi reciprocamente sul piano della tenuta dei rispettivi sistemi di verità. I cittadini critici ed i credenti riflessivi (di qualsisi religione o credenza) si trovano sempre più emarginati, in un clima di scontro tra valori tutti non negoziabili ed attese reciproche di sostegno tra religione e politica.

Come avviene durante ogni grande periodo di transizione, anche oggi, in questo clima culturale, il corpo della donna (troppo velato o troppo nudo, troppo prolifico o troppo sterile, troppo libero o troppo oppresso…) torna ad essere una posta in gioco del discorso pubblico, sui valori, sulla tenuta del legame sociale, per misurare l’etica privata e pubblica.

Con questa lente potremmo leggere dinamiche di paesi  diversi, dalla Russia, agli USA, al Nicaragua, all’Iran, alla Spagna, alla Francia, alla Cina. Perciò sarebbe riduttivo discutere la proposta di Giuliano Ferrara come un episodio esclusivamente italiano o riducibile al solo rapporto tra il nascente PD e la Chiesa cattolica.

Il Papa in aprile si recherà alle Nazioni Unite ed in quella sede potremo verificare quali Paesi saranno pronti ad accogliere il suo appello, per quali motivi ideologici e di mantenimento di assetti di potere.

Occorre perciò guardare all’Italia avendo in mente una prospettiva internazionale, anche per le possibili risposte.

La proposta di moratoria dell'aborto, cosi' come si viene configurando, tocca aspetti culturali profondi e politiche concrete. I suoi obiettivi sono allo stesso tempo locali e mondiali. Per l'Italia, si punta a modificare la legge 194, per ora sull'aborto terapeutico e sul riconoscimento dei Centri aiuto alla vita. A livello internazionale, si mira a portare all'Onu una proposta di riconoscimento dei diritti del non-nato, affinché prevalgano su quelli della madre e possano venir utilizzati per bloccare le campagne d'informazione contraccettiva, per la salute riproduttiva e di ulteriori legalizzazioni dell'aborto. Culturalmente la moratoria vuole combattere le "culture della morte", cioè lo scientismo,il relativismo morale, il consumismo e il femminismo delle culture di genere, in nome di valori umanistici autoevidenti e perciò non negoziabili, della verità e della ragione.

 

Propongo una "modesta" contro-moratoria: contro la criminalizzazione delle donne e contro l'aborto non-scelta. Ma sono dell'idea che, comunque la si pensi, occorra cercare di rendere possibili tutte le maternità desiderate, anche prendendo sul serio, specialmente sul terreno pratico, le ragioni dell'avversario. Resterò per ora al “caso” italiano.

I proponenti la moratoria, definiscono l'aborto in vari modi : "strage degli innocenti", "pena di morte", "omicidio di massa". Comunque si tratterebbe di un atto in sé gravemente immorale anche (e soprattuto) quando diviene legalmente lecito. Il substrato filosofico del discorso deriva dalla sovrapposizione di una interpretazione culturale soggettiva (l'ovulo fecondato sarebbe sempre persona umana, sin dalla fecondazione) ad un dato biologico, obiettivo (l'ovulo fecondato della specie umana è vita umana). Da qui due conseguenze : ogni donna che abortisce commette oggettivamente un omicidio ed ogni persona che la approva diviene potenzialmente un omicida o un complice; la definizione di un diritto incondizionato a nascere, da considerare tra i diritti umani, risulta obiettivo di civiltà della moratoria, che dunque imporrebbe (almeno sul piano morale) ad ogni donna di portare a compimento ogni sua gravidanza.

La mia opinione è radicalmente diversa. L'ovulo fecondato è vita umana da un punto di vista biologico, ma non persona umana, nel senso di un soggetto senziente e cosciente, capace di vita emotiva e spirituale. Questo passaggio avviene nel tempo, e si attua, normalmente e pienamente, a partire dalla nascita o da non molto prima. Il come e il quando della qualità di persona prima della nascita va discusso: certo non riguarda l'inizio del percorso e il momento in cui normalmente si decide del sì o del no alla gravidanza. E' giusto -sul piano fattuale e morale- sostenere che una donna incinta custodisce un "altro da se'", come potenzialità e promessa possibile : questo le conferisce una responsabilità personale rilevante e non delegabile; ma non è affatto giusto -sul piano fattuale e morale- sostenere che quell'ovulo è persona umana la cui soppressione coincide con un omicidio. L'aborto volontario, alla luce dell'approccio che io seguo, può essere inteso come una possibile risposta morale positiva (cioè "buona") ad una sconfitta della donna, nella sua relazione con l'uomo o/e nel conflitto tra il biologico e l'umano, che attraversa il suo corpo, inteso come spazio fisico,psicologico e morale della potenzialità materna. Paradossalmente, senza la libertà di abortire la donna non potrebbe definirsi come individuo pienamente morale, capace di scegliere il bene ed il male, perché resterebbe dipendente dalla necessità biologica: non in quanto obbligata a partorire, ma in quanto impossibilitata a scegliere davvero la sua maternità. Con la libertà d'aborto la donna diventa capace di assumere coscientemente le sue relazioni umane: quella con l'altro che potrebbe nascere e quella con l'uomo con il quale procrea. Possiamo tutti auspicare che la gravidanza scaturisca ogni volta dall'apertura alla vita nascente e da una scelta cosciente, consapevole e gioiosa.Tuttavia ogni gravidanza, quella che segue ad un atto d'amore come quella che deriva da uno stupro, diventa un fatto morale nel momento della scelta di dire di si' o di no alla prospettiva della maternità. Una donna è persona umana se può trascendere la sua determinazione biologica, con l'accettazione o il rifiuto del suo diventare madre-per-l'altro. L'umanizzazione del dato biologico,attraverso l'elaborazione culturale del proprio processo e vissuto  corporeo, trasforma in soggetto morale. E' al momento della consapevolezza della gravidanza che il sí ed il no si fronteggiano con la stessa dignità morale. Dire liberamente di sì -ed accettare la maternità- dà valore positivo anche a tutto ciò che viene prima (persino ad una gravidanza seguente ad uno stupro), ma non ogni sì corrisponde ad una azione buona. Dire liberamente di no, cancella il valore di tutto ciò che c'è stato prima, e può anche corrispondere all'azione moralmente buona che restaura un male precedente. L'aborto volontario scelto con "piena avvertenza e deliberata volontà" può essere un bene morale. Dunque l'aborto non va inteso come sconfitta: semmai può restaurare la verità morale della donna di fronte alla sopraffazione della sua libertà di persona da parte del suo corpo biologico.

In questo ragionamento la libertà della scelta di maternità, alla pari di quella di abortire, non discende dalla legge, ma vanno considerate ambedue diritti umani fondamentali, precedenti ogni legge positiva. Si tratta di libertà che sono il presupposto etico-relazionale della "libertà di nascere" dell'altro, che potrebbe diventare persona. Prova ne sia che le donne, anche nelle condizioni di soggezzione più inumane, sono spesso ugualmente capaci di rischiare la vita sia per dare alla luce che per abortire. Non c'è legge (dalla lapidazione al carcere) che non sia sfidata per ambedue questi motivi, non c'è malattia o rischio mortale che impedisca ad una donna di portare a termine una gravidanza voluta, non c'è costume tribale o patriarcale che non venga trasgredito da colei che vuole abortire. La distinzione etica tra questi comportamenti non si pone tra maternità e aborto, nel grado di assunzione della responsabilità verso la propria capacità di dare la vita, qualsiasi sia la decisione.

Mi piacerebbe cavarmela più a buon mercato, invocando le condizioni sociali o le contingenze della vita, per lasciare l'aborto nel limbo del giustificazionismo di una colpa morale grave ma socialmente tollerabile. Non posso farlo. Esso corrisponde al peso della libertà e della responsabilità morale tipica della donna-persona nei confronti della propria capacità di mettere al mondo.

Allora, sul piano pratico, il primo punto della moratoria dovrebbe riguardare la cancellazione completa, dalla legge 194 del 1978, di ogni ombra di vincolo al diritto morale di scelta da parte della donna. Potremmo fermarci qui, come sembra suggerire parte della filosofia femminista, conseguente con la distinzione tra diritti umani e legge positiva ? Non sarei d'accordo, perché storicamente, in assenza di leggi, il corpo femminile è ancora troppo spesso regolato dai costumi e dai rapporti di potere della vita privata, con non grande giustizia per le donne. Ci occorrono buone leggi, o almeno leggi sufficientemente provate dal confronto tra tutte le "voci" attive nello spazio pubblico, ed ancorate alle esperienze di soggetti riflessivi. Anche l'aborto non è sempre una scelta di libertà. Gli aborti imposti, indotti da condizioni economiche e relazionali non umane, o dovuti alla negazione di mezzi contraccettivi, vanno ascritti ai delitti di femminicidio o di tentato femminicidio, così come le maternità imposte in qualsiasi maniera, e quelle non sostenute moralmente e materialmente.

Perciò pretendiamo buone leggi. La legge 194 del 1978 lo è da diversi punti di vista, anche se non si tratta di una legge "leggera" per la donna: un testo che pare scritto apposta per esporla al sospetto di non essere in grado di esprimere chiaramente la propria autonomia morale. Ad esempio il riferimento alla tutela della "vita umana nascente" appare ambiguamente rivolto sia a sostenere la rimozione delle cause dell'aborto non realmente voluto o imposto sia a tener aperto il conflitto tra la libertà morale della madre ed un ipotetico pari diritto alla vita da parte dell'ovulo fecondato.Tuttavia, praticamente, la legge risulta fondamentalmente saggia sia nel fissare il termine di novanta giorni per l'intervento precoce che nel porre diversi vincoli ed un limite non temporale, bensì di "possibilità di vita autonoma del feto", per i casi dell'aborto terapeutico. Su questo secondo tipo di intervento è aperta da tempo la discussione tra i sanitari (ostetrici e neonatologi in particolare). Va ascoltata, e non strumentalizzata per farne un cavallo di Troia che oppone le assassine alle sante. La centralità della libertà femminile deve essere intesa come limite invalicabile dalle intrusioni dei medici, degli psicologi e dei moralisti nei confronti della coscienza personale della donna e, nella sfera pubblica, deve prevenire il ritorno all'antico conflitto tra la vita della madre e quella del nascituro. I consultori sono pensati in questi termini : come ambito delle relazioni di ascolto che accompagnano le scelte procreative, come spazio informativo sulla contraccezione (su tutti i suoi mezzi ed i loro effetti), ed anche di orientamento per le/gli adolescenti. Le prime riflessioni sui contraccettivi "naturali" sono giunte in Italia attraverso "Noi ed il nostro corpo", libro prodotto da un collettivo femminista di Boston,veicolato dalle prime esperienze nostrane di self-help, in un contesto di attenzione critica verso i saperi medici e le strutture sanitarie, che sarebbe opportuno riattivare. Oggi i consultori dovrebbero essere rivalutati come ambito ideologicamente neutro (cioè moralmente non intrusivo) e posti al centro della rete dei servizi pubblici e privati di sostegno alle scelte sessuali, procreative e genitoriali della donna e delle coppie. Chi considera l'aborto un omicidio (e dunque la donna una potenziale assassina) dovrebbe sospendere questa sua convinzione nella relazione d'aiuto, poiché si tratta obiettivamente di un pre-giudizio negativo nei confronti della persona che si intende sostenere. Inoltre dovrebbero far parte della rete dei servizi attorno ai consultori anche le associazioni femministe, convinte del valore dell'autodeterminazione e portatrici di un approccio critico verso la sanitarizzazione della sessualità e della maternità. Una rete culturalmente plurale implica un'attenzione al pluralismo morale delle persone che vi si rivolgono, e perciò dovrebbe escludere stili comunicativi di tipo propagandistico cosi' come atteggiamenti ideologico-autoritari : di questo deve farsi garante il consultorio pubblico. Tuttavia nel nostro Paese, per la mia prospettiva di moratoria degli aborti non-scelta, mancano soprattutto l'ascolto degli adolescenti rispetto alle loro dinamiche affettive e sessuali ed il lavoro transculturale con le donne immigrate. Non è un caso che proprio le ricerche sulla violenza sulle donne mettano in luce, da parte degli operatori sociali e sanitari, la crescita di una domanda di formazione professionale transdisciplinare, per far fronte ai conflitti interpersonali nella crescita affettiva e per sostenere le immigrate nei loro percorsi di emancipazione nella e dalla famiglia, attraverso scelte di maternità consapevole, conoscenza del proprio corpo, informazione contraccettiva, sostegno per le maternità socialmente difficili.
A trent'anni dalla legge 194, non abbiamo sbagliato per eccesso di credito verso la libertà femminile. Forse c'è stata una presa di distanza supponente dalle domande delle donne: per un eccesso di "ricette" tecniche e di strumentali contrapposizioni ideologiche.  La negazione materiale e morale delle maternità desiderate, e l'aborto non-scelta, si collocano nello stesso contesto.  

 

Franca Bimbi

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