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5 Febbraio 2008
TURCO: LA TUTELA DELLA VITA E' GIA' NELLA 194
Dopo trent’anni di applicazione la legge 194 deve essere applicata nella sua parte più progressista, cioè nella tutela della donna e nella difesa della vita
di Anna Tarquini, intervista per L'Unità

«Perchè scandalizzarsi? Dopo trent’anni di applicazione la legge 194 deve essere applicata nella sua parte più progressista, cioè nella tutela della donna e nella difesa della vita».

Livia Turco ha appena finito di partecipare a un convegno di donne immigrate, quelle che da qualche anno in Italia alzano la percentuale degli aborti. Era uno dei problemi che il governo aveva cercato di affrontare con un progetto il centro nazionale per la salute dei migranti. Non è impazzita e non sta rompendo un tabù. «Nessuno ha mai pensato di fissare un termine come quello della 22ª settimana - dice - . Nessuno vuole dare linee guida o decidere quando un feto deve essere considerato vitale. Ma in trent’anni la scienza è cambiata, ha fatto progressi». Da dove è cominciata la polemica? Mesi fa il ministro della Salute ha chiesto a una commissione di affrontare il tema dei pre-prematuri e di quale fosse il confine tra accanimento terapeutico e obbligo del medico a rianimare un feto. Nei primi giorni di gennaio sempre il ministro ha chiesto al Consiglio superiore di Sanità di pronunciarsi sulla vita autonoma del feto. Quando cominciava? Quando scattava un obbligo di cura? La richiesta prendeva spunto proprio da una particolare tutela del feto già prevista nella legge 194. Dalla 194 ai nuovi parti pre-termine che la scienza medica ormai avanzata sa o può far sopravvivere. Non il contrario. Ma la politica ha preso la palla al balzo ed è arrivata la lettera dei medici di 4 università romane.

Allora ministro trent’anni dopo la scienza ci dice che è bene rivedere la 194?
«Sono stati gli operatori, nell’ottica della piena applicazione della 194, a pormi due questioni: la prima è che lo sviluppo delle tecnologie consente di accertare in modo molto anticipato la presenza di malformazioni e dall’altra l’abbassamento dell’età gestazionale e quindi la presenza di parti molto pre-termine. Per quanto riguarda la 194 il problema che è emerso è quello di dare piena applicazione agli articoli 6 e 7 della legge. L’articolo 6 dice che l’interruzione volontaria di gravidanza dopo il 90° giorno può essere effettuata solo in caso di grave pericolo per la vita della donna, l’articolo 7 dice che di fronte alla vita autonoma del feto l’aborto è consentito solo e soltanto quando c’è un serio pericolo per la vita della donna e il medico che procura questo intervento è tenuto a salvaguardare la vita del feto. La domanda che si pone è: è possibile definire - oggi, dopo trent’anni dalla legge - una soglia, una indicazione su quando e che cosa è vita autonoma del feto? Questo è uno dei quesiti che ho posto al Consiglio superiore di Sanità».

Quindi dobbiamo fissare dei limiti che ora non ci sono?
«Io credo che possa essere utile che una sede autorevole, indipendente, scientifica quale è il Consiglio superiore di Sanità a partire dall’esperienza clinica e dalle evidenze scientifiche, dopo trent’anni di applicazione della legge, penso che sia utile e dia forza alla legge definire - se possibile - quando c’è la vita autonoma del feto. Non si tratta di un limite. Si tratta di indicare un punto di riferimento che varrà per gli operatori come punto di riferimento non vincolante. Vorrei poi dire che c’è un aspetto su cui la legge è chiarissima e non ha bisogno di linee guida. È l’articolo 7 quando dice che l’aborto non può essere praticato a fronte della vita autonoma del feto. C’è un solo unico ed esclusivo caso in cui l’aborto a fronte della vita autonoma del feto può essere praticato, quando sussiste un serio pericolo per la vota della donna. E in questo caso il medico è tenuto a rianimare la vita del feto. La legge è chiara e dimostra tutta la sua saggezza e la capacità di costruire un equilibrio di valori».

Il comitato di bioetica però è contrario a fissare dei limiti. Dice che è immorale.
«Io penso che sia il momento dell’assunzione di responsabilità e non del protagonismo di un organismo sull’altro».

E ai medici cattolici che dicono “Da domani rianimeremo tutti gli aborti alla 22esima settimana”?
«Lo facciano. È quello che prevede la legge 194 che lascia anche questa libertà di coscienza. Però dico anche: la legge 194 è una legge rigorosa e restrittiva. L’aborto terapeutico è una rarissima eccezione. Non esiste il caso, il conflitto tra la madre e il potenziale nascituro non esiste. Quando c’è vita autonoma del feto non si può praticare un aborto. Non vorrei che coloro che vogliono salvare la vita diano un interpretazione ancora più lassista della 194 per poi imporre dei vincoli, o inventarsi dei conflitti».

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