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Rubriche - Hanno scritto

8 Febbraio 2008
Bindi: «Mossa obbligata per vincere ma il progetto deve restare l´Ulivo»
Dobbiamo riconoscere che l´esperienza dell´Unione è fallita, resta l´ottimo lavoro del governo

di Rosy Bindi

ROMA - Una «fase», una «scelta strategica per vincere, non per perdere meglio», «un passaggio» in vista di un futuro che «spero sarà di nuovo ulivista, perché per me l´Ulivo non è morto e farò di tutto perché viva». Rosy Bindi esce confortata dal vertice del Pd con Veltroni. Sì, correre da soli non significa uccidere il passato, significa «compiere un atto di discontinuità nei confronti dell´Unione», offrire al Paese «una proposta nuova». Una «transizione» ritenuta necessaria anche dal ministro della Famiglia che, però, pensa al Pd del futuro come «a un grande partito in grado di tenere unito il centrosinistra».

Rosy Bindi allora andare da soli non è affatto un suicidio politico come qualcuno, a sinistra, ipotizza?
«Non abbiamo nessuna vocazione al suicidio, glielo assicuro. Sono arrivata a questa scelta attraverso un processo personale non scontato. Non è affatto un arroccamento, un´affermazione di autosufficienza e solitudine. La nostra priorità è vincere le elezioni con un partito, il suo leader e il suo programma».

All´epoca delle primarie, lei era preoccupata della personalizzazione, del rischio di un "partito del leader"...
«E invece adesso abbiamo deciso che nel simbolo ci sarà scritto "Veltroni presidente". Le mie riserve riguardavano allora la forma partito non la candidatura di Walter alla presidenza del consiglio. E poi è nella logica delle cose se ci presentiamo da soli. Se fossimo stati in una coalizione, certo avremmo dovuto fare le primarie ma oggi non è così».

L´esperienza dell´Unione è fallita.
«Dobbiamo riconoscerlo ma ci rimane la dote di un ottimo lavoro, che è quello del governo Prodi. Riusciremo a spiegarlo agli italiani quando la nebbia dei contrasti, dei conflitti che ci sono stati tra le varie parti della coalizione, si diraderà».

E gli alleati che fine fanno?
«Il Pd non si chiude, non è un capriccio quello che abbiamo deciso, è la nostra migliore carta. Serve a fare chiarezza, a sottolineare la differenza con il centrodestra dove la coalizione è frastagliata, vecchia. Poi arriveremo al passo successivo, al programma, e qui apriremo un confronto con i nostri eventuali possibili alleati».

Che cosa rimarrà alla fine dell´esperienza ulivista?
«E´ proprio questo il punto. Non nascondo che dentro il Pd ci sono sfumature politiche diverse. Follini, per esempio, parla di «un partito di centro», in competizione con la sinistra e con il centrodestra. Io invece vedo il Pd come il compimento dell´Ulivo, come il consolidamento di un soggetto politico, capace, partendo dalla sua autonomia, di tenere unito un nuovo centrosinistra. Questo deve essere il progetto di lungo periodo».

L´Unione ha fallito, l´Ulivo deve vivere.
«Sì, e la sfida è anche per i partiti della cosiddetta sinistra radicale. Bertinotti pare averla colta in pieno, anzi mi sembra che l´abbia cercata. Quella con il Pd ha l´aria di una separazione consensuale».

Altri soci della Cosa Rossa invece non hanno preso per niente bene l´iniziativa solitaria del Pd.
«La Cosa Rossa deve interrogarsi sulla scelta di fondo, quella fra cultura di governo e cultura antagonista».

Che fate dei radicali? Li scansate?
«E´ il programma, solo il programma che farà da base al dialogo. Non siamo disponibili ad anteporre le alleanze. Abbiamo già dato».

Come se lo immagina questo programma?
«Dovrà essere capace di rispondere a problemi complessi, di coniugare la crescita all´equità sociale. Il Pd sarà in grado di sfondare nell´elettorato di centrodestra, di recuperare i moderati ma non potrà permettersi di lasciare scoperto il fianco sinistro. Dovrà avere una visione globale e arrivare ad una sintesi rigorosamente di centrosinistra».

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