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25 Febbraio 2008
Seminario del Forume sulla laicità del PD
Roma 23 2 08 - Sala Alibert

di Paola Gaiotti De Biase

Questo dibattito ha finora messo in evidenza due aspetti certamente non separabili ma che vanno tenuti distinti, del tema della laicità. Il primo è quello su cui sono intervenuti Rusconi e Fattorini fra gli altri, quello che chiamerei insieme dell’ anomalia storica italiana per la presenza della Santa Sede e delle nuove rigidità della Santa  Sede di fronte ai nuovi problemi della sfida tecnologica e del multiculturalismo. E’ un problema in cui certo dobbiamo approfondire le nostre analisi. Ma ho qualche riserva sulla lungimiranza di una Chiesa che cavalca il problema natura piuttosto peggio, con più rozzezza concettuale,  di come ha fatto in passato l’ambientalismo del no, dimenticando che già per San Tommaso “natura dell’uomo è la sua ragione”.

Il secondo in cui vorrei fermarmi è quello del rapporto fra credenti e non credenti o diversamente credenti, ( brutalmente fra cattolici e laici) nel PD. E lo affronto  confessando un fastidio: l’immagine trasmessa dai media di un partito democratico segnato dallo scontro fra laici e cattolici è un immagine     falsa, che non registra la profondità dei processi avvenuti nel paese. In realtà, a guardar bene su ogni questione, anche  sui temi cosiddetti eticamente sensibili, per ogni opzione, per quasi ogni sfumatura, salvo quelle estreme, registriamo una trasversalità  fra credenti e non credenti.

Per quanto mi riguarda, procederò per alcune affermazioni apodittiche, sintetiche, generali e specifiche, per dare un quadro dell’approccio laico di credenti alla politica maturato in un lungo   processo.

La consapevolezza della coerenza fra laicità politica e ispirazione religiosa non è  un approdo recente e non è nemmeno solo la distinzione mariteniana dei piani: la storia della spiritualità credente dei due secoli postilluministi , la stessa storia della Repubblica, e basterebbero i nomi di De Gasperi, Moro, Andreatta, ci dice che la laicità non è stata sentita come limite e confine, come concessione tattica al diverso, ma come conferma, garanzia e ricchezza della propria autenticità evangelica, l’economia della salvezza diviene un disegno che si gioca anche nella storia, qui e ora, non solo nell’ attesa dell’ aldilà. La secolarizzazione è stata liberatoria anche per la spiritualità credente.

La comunità cristiana è certo stata divisa su questo approccio, come per tante altre questioni nella sua storia,  ma non ha potuto che registrarne la coerenza.

Su questo si è misurata una scuola che Chabod defini  la dottrina politica più significativa del Novecento, il cattolicesimo democratico,  che non sarebbe mai nata senza la provocazione feconda delle grandi rivoluzioni, delle dichiarazioni dei diritti, del valori alti dell’Illuminismo ed è cresciuto grazie alla fecondità del rapporto stabilito con la cultura moderna, della ricerca, della critica, del primato della coscienza.

Il punto chiave dell’approdo del cattolicesimo democratico, già consolidato con Sturzo, è il primato delle questioni politiche generali, di interesse collettivo, dalle strutture istituzionali al sistema politico ai rapporti economici,  sui temi propri di interesse religioso e ecclesiale, come discriminanti per le proprie scelte politiche.  La logica dei Patti Gentiloni, delle trattative clericali in cerca di garanzie,  è una logica non solo fuori della storia, ma è una logica perdente per la stessa testimonianza religiosa, per l’ efficacia del messaggio.

E’ per questa via che lì esperienza religiosa, come già avvenuto storicamente in altri paesi, ha potuto essere considerata una risorsa della democrazia, unì attivazione dei valori su cui si basa, dello spirito di solidarietà collettiva, degli stessi processi di unificazione e pacificazione nazionale.

L’ approdo conciliare è stato e resta, per la grande maggioranza dei cattolici religiosamente attivi, un approdo irrinunciabile. Non bastano le nuove sfide etiche che vengono dagli sviluppi tecnologici, dalla multiculturalità, ma anche  dalle derive consumistiche, dalla competitività esasperata, dal peso internazionale della criminalità, a regredire da quel punto d’ arrivo. E’ stato giustamente detto che ci dobbiamo interrogare sul silenzio dei cattolici conciliari in questa fase, del perché come si è detto non ci siano stati “i  cattolici del no”.  In realtà ci sono stati molti csttolici del si al referendum sulla legge 40, ai dico, ci sono sul testamento biologico, anche protagonisti. E che mancano loro gli strumenti per farsi sentire. Non è che siano spariti: in realtà forse quella che è stata in atto è una sinergia , fra una Cei che intervenendo in prima persona ha prodotto una loro  minore visibilità, controllato le dirigenze associative, e li ha censurati spesso sulla stampa ufficiale, da una parte,  e una pratica laica che privilegia, sul terreno dell’informazione, i rappresentanti dell’ufficialità con l’ eccezione di pochi nomi, dall’ altra.

Sono fra quelli che vedono con fastidio l’identificazione delle sfide etiche del nostro tempo con alcune questioni calde,  sintetizzate nell’espressione, vaga e indefinita, di scelte per la vita. E tuttavia so che è su esse che di fatto oggi si pretende misurare, da una parte e dall’ altra, la coerenza fra fede e laicità.

Ed è per questo che vorrei declinare qui il mio punto di vista su alcune questioni.

L’aborto è certamente per il credente un fatto negativo, un atto contro sé stessi oltre che contro una nuova vita, come del resto lo è per la grande maggioranza delle donne.  Di fronte all’insostenibilità pratica e al fallimento totale delle strategie repressive, la strada per combatterlo non può essere che quella delle strategie preventive,  dall’educazione sessuale alla diffusione della contraccezione, compresa la pillola del giorno dopo, alle politiche  sociali di sostegno mirate.  Fra l’una e l’altra la trovata della moratoria non si sa in quale forma giuridica e quale  espediente nasconda, praticamente è il nulla di fatto, il molto di minacciato.  Se di qualcosa ha bisogno la 194 oggi  è un di più di prevenzione sociale contro la solitudine delle donne  e di sostegno alla genitorialità. 

Le politiche per la famiglia, non a caso declinate al singolare, sono state a lungo in Italia più occasione di scontro ideologico, in nome di un principio astratto,  che di soluzioni concrete. L’enfasi retorica sulla famiglia ha prevalso sulle volontà di sostenerle. L’ enfasi retorica è in sé stessa un errore. Resto legata a una bella riflessione di Emmanuel Mounier che ci ammonisce che “la famiglia è, innanzitutto, una struttura carnale, complicata e difficilmente del tutto sana, che produce a causa dei suoi squilibri affettivi interni, innumerevoli drammi, individuali e collettivi” “un fragile miracolo “pur intessuto d’amore, educatore all’ amore”. Ed è per questo che va sostenuta, non per il suo essere modello di vita esaustivo. Non solo non si possono discriminare quanto a garanzia dei diritti reciproci i diversi modelli di convivenza,  ma è interesse collettivo favorire, anche entro relazioni informali, le convenienze alla solidarietà reciproca nel tempo, le  tendenze spontanee alla stabilità del rapporto. Non vedo perché da cattolica io debba favorire di fatto il sesso selvaggio rispetto a una relazione relativamente stabile e solidale fra omosessuali.

 

Ho votato tutti i miei si sulla fecondazione assistita e spero in una revisione della legge 40. Non  credo che i principi, quali che essi siano, si possano affermare  intervenendo su tecnicalità scientifiche discutibili, come il numero di embrioni da trapiantare. E non credo che possiamo confondere l’unicità genetica dell’embrione, che è un dato da rispettare ( e che è alla base del rifiuto della clonazione) con la sua pienezza di persona.  La natura stessa affida alla fase fra concepimento e insediamento nell’utero, una funzione selettiva percentualmente molto alta, mi si dice con un destino segnato per l’80% degli embrioni, che protegge la specie e che evita alla donna il rischio di plurigravidanze.  Non vedo perché la scienza nel momento che sostituisce la natura, dovrebbe inibirsi, pur con le proprie tecniche e senza cedere a  capricci privati, lo stesso compito selettivo che caratterizza il  processo naturale.

E ancora: nel personalismo cristiano è centrale la categoria della relazione, l’attenzione alle diverse fasi dello sviluppo personale che orienta la stessa definizione dei diritti,, la centralità del rapporto dello spirito col corpo e quindi con le sue connessioni nervose,. Come può generarsi l’idea dell’embrione, che è potenzialmente destinato a diventarlo in una percentuale così ridotta, come  persona compiuta? C’è qui una contraddizione, una regressione dello stesso personalismo cristiano.

Sono un’ottantenne che attende una legge sul testamento biologico anche per sé. Da credente che considera la morte il passaggio naturale a un’altra vita, un prolungamento artificiale di essa mi appare come un prepotenza ingiusta sulla compiutezza della mia vita,  un negare la natura non un difenderla; e mi turba l’ipotesi che per mantenere in vita me ottantenne si possa domani essere costretti a rifiutare la rianimazione a un ragazzo o una ragazza vittima di un incidente.

Ho insegnato storia e filosofia nel Licei e sono spesso riuscita a costruire esperienza interdisciplinari con altri colleghi, compresi quelli di religione; ma speravo che l’ultimo Concordato ci desse la possibilità sia di un insegnamento storico complessivo delle religioni sia della conoscenza dei loro testi storici, almeno nelle superiori, ovviamente  a partire dalla Bibbia, senza la quale arte e letteratura sono spesso incomprensibili. Fu una battaglia persa malgrado l’impegno di  Pietro Scoppola.  Ma continuo a ritenerlo, in un’età di tentazioni fondamentaliste, di multiculturalismo,  un traguardo obbligato

Uno Stato laico non può non sostenere le iniziative sociali e culturali da qualsiasi soggetto, anche religioso,  promosse, e quindi quelle cattoliche che non sono né le ultime né le meno efficaci. Altro è creare  occasioni di privilegio  dove l’obiettivo è il mercato, con le sue regole di concorrenza, come con lo sgravio dell’ Ici anche per attività economiche.

Le radici cristiane dell’Europa e del nostro paese o ritrovano il senso evangelico originario della loro affermazione, la distinzione dei poteri, il primato della conversione personale sull’appartenenza etnica, il dialogo fra le culture e i popoli,  o sono destinate ad essere cancellate.

E infine senza questa nuova laicità, senza il primato della coscienza e della responsabilità personale, senza cultura dei diritti, pur con le inevitabili forzature che possono averli segnati, non avrebbe mai potuto crescere lo stesso protagonismo delle donne cattoliche, quello a difesa della loro fede, e quello a difesa di sé stesse e della loro dignità. Laiche per definizione entro la chiesa, da sempre estranee per statuto al potere clericale,  le credenti non possono  essere sé stesse che entro questa rivendicazione forte della coerenza fra fede e laicità piena.

COMMENTI
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