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Rubriche - Hanno scritto

29 Febbraio 2008
Care donne..
L'aborto resta, per le donne, una cosa seria. Chi ha conosciuto la stagione del referendum ricorda che i cattolici non ubbidirono: due terzi del paesi votò per conservare la 194.
di Giancarla Codrignani
Care donne,
sono bravissime quelle di noi che, soprattutto giovani, hanno ripreso a dare visibilità a un genere che, ancora una volta, è a rischio di irrilevanza, anche se aumentasse il numero delle nostre rappresentanti istituzionali. Tuttavia, bisognerà che "tutte" le donne prese in mezzo dai poteri maschili - parlano a loro nome, fanno loro lezioni di etica e ne condizionano la vita - alzino la testa e dire la loro: le lavoratrici e le precarie, ma anche le giuriste e le mediche, le maestre e le studenti, le assessore e le imprenditrici.
Le cattoliche, soprattutto.
Sono le più colpite, perché tutte accomunate a quella Binetti che difende la vita embrionale, ma non ha mai parlato delle vite perse in guerra o sul lavoro.
E' tradizionale l'ignoranza dei cattolici italiani che conoscono poco e male le stesse ragioni della loro appartenenza: la Chiesa ai fedeli richiede più obbedienza che conoscenza. Senza quest'ignoranza, sarebbe impensabile la strumentalizzazione della fede: altrove, il monito è rivolto, ovviamente in forma pubblica, solo ai seguaci e non presume il governo delle istituzioni o il fiancheggiamento elettorale.
Le donne credenti si domandano perché mai la condanna delle pratiche abortive si rinnovi solo in Italia e in Spagna, paesi in cui l'aborto da tempo è regolato da leggi non permissive, ma che stanno per andare ad elezioni. In Italia leaders politici di destra o di centro-destra, assumono la difesa della vita come sostenitori della chiesa, a prescindere dal dichiarato ateismo o dai divorzi. I radicali, non contestati dalla curia se alleati alla destra, sono giudicati incompatibili con i cattolici del centro-sinistra.
Che lo facciano i politici piace poco; ma piace ancor meno che il Papa ammetta al bacio dell'anello Giuliano Ferrara, inventore, con il cardinal Ruini, della "moratoria degli aborti" che intende proseguire quella contro la pena di morte vittoriosamente sostenuta all'Onu dal governo Prodi.
L'incongruità è palese: la pena di morte viene comminata da governi ed è questione di politica generale, mentre l'aborto è scelta privata consentita dalla legge e non è un obbligo. Tuttavia chi si addormenta davanti al "grande fratello" può essere facilmente imbonito: Ferrara ci prova perfino fondando un partito. Ora ci si contrappone a Veltroni; prima a Romano Prodi, uomo politico di sicura fede cattolica e fedele ad una sola moglie, ma osteggiato dal Vaticano che gli preferisce il pluridivorziato Sarkozy sperando in un cambiamento della legge sulla laicità.
Eppure l'aborto resta, per le donne, una cosa seria. Chi ha conosciuto la stagione del referendum richiesto dalla Democrazia Cristiana, ricorda che i cattolici non ubbidirono: due terzi del paesi votò per conservare la 194.
Allora c'era il prezzemolo, il tavolo di cucina, le morti di donne pietosamente coperte dal silenzio. Anche per le cattoliche, non diverse dalle altre, tranne che per un peso di coscienza, se possibile, più grave: se avessero rivelato il peccato al confessore sarebbero state scomunicate; così tacevano, ricevevano la comunione e si sentivano condannate. Votarono per la legge, anche quelle più obbedienti, perché pensavano alle figlie e alle meno fortunate.
E' bene non dimenticare, perché oggi non c'è più il ferro da calza (oppure solo per le immigrate), ma non si è perso il perbenismo e c'è da temere che sussista una fascia di clandestinità che riesce a trovare gli euro necessari per un trattamento privato e non varca la soglia del consultorio.
Difficile, infatti, in certe province sconfiggere l'ipocrisia: chi frequenta le parrocchie sa che non può usare neppure i contraccettivi; quindi disubbidisce in silenzio, anche se ormai senza più sensi di colpa.
La chiesa sa, ma interviene con il divieto, non con la carità.
Le donne credenti aspettano da sempre che la chiesa evangelizzi i maschi.
Come tutte, avrebbero un "principio non negoziabile", come usa dire il
Papa: è la "maternità libera e responsabile" , espressa anche nella legge 194. Le stesse integriste sarebbero d'accordo. Perché le maternità sono gestite responsabilmente dalle donne, ma le gravidanze non sono libere. Gli uomini che volessero veramente eliminare l'aborto, non dovrebbero far altro che leggere il Vangelo. Dio non inviò un angelo a Maria per comunicarle che era incinta: le annunciò la Sua predilezione. Lei diede "liberamente" il suo assenso: è il fiat che rende grande la Madre di Dio. Se le cose andassero come non vanno, il rapporto sessuale dovrebbe ottenere il consenso della donna alla disponibilià al concepimento; in caso contrario sarebbe doveroso prevenire con i metodi  contraccettivi. La Chiesa era pervenuta, con il contestato concilio Vaticano II, a privilegiare l'amore tra gli sposi, ma è rimasta ingabbiata nella tradizione del matrimonio finalizzato al concepimento e al remedium concupiscentiae (espressione che dovrebbe essere cancellata dal lessico civile e religioso). Finalità patriarcali e arcaiche; offensive non solo della donna, vittima del potere dell'uomo, ma anche della civiltà di relazioni che escludano la violenza e l'egoismo. Per dignità gli esseri umani debbono poter privilegiare responsabilità e libertà.
Ma le donne non possono avere "principi non negoziabili" e hanno accettato la mediazione: l'aborto. Non per masochismo (chi desidererà mai un raschiamento?), ma perché si trovano a dover sostenere da sole i limiti di tutte le società che, di fronte a una gravidanza non voluta, reagiscono come se le donne concepissero per partenogenesi e l'uomo non c'entrasse.
Nascono così le 194 e i dolori delle donne.
Per questo nessuno ci può dare lezioni, neppure gli scienziati i cui avanzamenti medici apprezziamo e vorremmo gestiti con noi. Tanto meno i politici, che rimediano alle disparità con erogazioni di benefici che non equivalgono i diritti e che omologano a sé le donne chiamate a gestire gli interessi della società. E meno ancora gli uomini di religione che, vittime del celibato, al massimo sono capaci di pietà, ma ignorano tutto dell'animo femminile, della cui esistenza hanno a lungo dubitato.

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